— Ah! — gridò il re, a cui quelle parole erano spina acutissima. — Ed egli pure, il principe di Bakdi, amò la regina?

— La maliarda è divinamente bella, e molti son caduti a' suoi piedi. Egli, per altro, men fortunato di tanti; nè ciò avrà giovato a rendere i Medi più amanti del giogo.

— Intendo; — disse Ara. — Ed era Zerduste il savio dal fiore di amòmo?

— No, — rispose quell'altro, con accento breve, se non per avventura molto sicuro. — Bene è egli fautore della rivolta, insieme col vecchio Sumàti, che ti sta innanzi, nato sull'Indo, alle cui rive la superba s'attentò di spingere il suo cavallo di guerra. Noi l'anima della congiura contro un potere che minaccia d'invader la terra e di assoggettarne ogni libero popolo; e tu ne sei il braccio gagliardo, o re d'Armenia, a cui ella si sforza di togliere il regno e l'onore.

— Oh, mi toglierà la vita, — interruppe Ara, — e sarà il meglio per me.

— No, tu dèi vivere e vincere. Ora, tu vincerai, re d'Armenia, se avrai prudenza pari al valore.

— Ah sì, rammento che insieme con un lieto annunzio tu mi rechi un consiglio. Udiamo il consiglio, — soggiunse Ara, con voce impressa di profonda mestizia, — e se potrà tornar utile alla gente aicàna, grazie a te dal profondo del cuore!

— Tu stesso giudicherai, — disse Sumàti, — se il consiglio sia utile, com'io penso, al tuo popolo e a te. Esso ti è pôrto in nome della lega giurata ai danni della stirpe di Nemrod; ma te lo reca altresì un uomo, che, vedendoti prode, generoso e fedele alla santa amicizia, ha preso ad amarti d'un amore paterno. Forse egli non opera sagacemente in cotesto. I sapienti che si travagliano per vie segrete al trionfo del vero, non dovrebbero soffermarsi mai sul fatale cammino, nè dissipare la forza loro in pietose cure ed affetti vani, siccome è lecito alla comune degli uomini. Ma così avvenne di me; la mia tempra non è così forte, da cancellare nell'animo i più teneri sensi. E t'amo come un figlio, ti venero come il più nobile, ti ammiro come il più valoroso tra i re. Degli uffizi a ciascheduno assegnati, io mi elessi quello d'invigilar Semiramide. Era il più umile e il più pericoloso; quello degli altri ha più fortuna e più gloria. E lo elessi per farmi più vicino a te, generoso Aicàno, per dimostrarti l'affetto mio, per salvar te in questa grande rovina. Mi crederai tu veritiero?

— Ti credo! — rispose Ara, mettendo le sue mani in quelle del vecchio.

— Accogli dunque ora il consiglio. L'esercito di Semiramide è forte per numero. Dove lo attenderai tu?