— Ci pensa mio padre; — risposi con gran sicurezza.
Ma dentro di me non ne avevo poi tanta. Si andò al 23 di dicembre, cioè alla vigilia dell’Avvento, senza che ci fossero le figurine in casa. Che figuraccia, coi compagni! Ma proprio quel dì, ritornando da scuola, vidi nell’anticamera, presso la finestra, un gran fascio di verde. Lo aveva portato dal podere il vecchio Menico, un nostro fittaiuolo. Mi buttai su quel prezioso fastello, e contai quattro bei tronchi d’alloro, vestiti di lunghi e folti rami, due tronchi di corbezzolo, due di ginepro, da dieci a dodici cespi di pugnitopo, e musco e borraccina a tutto pasto. Ballai davanti a quel fascio di verde, come il re David davanti all’Arca del Signore.
— E i pastori? — chiesi a mio padre, quando fu l’ora del pranzo.
— I pastori.... sono in Betlemme. Aspetta che scendano. —
Non ne ero persuaso, ma dovetti aspettare egualmente. La mattina appresso, mio padre mi diede quaranta soldi e mi disse: — va dal Bianco a provvederti d’ogni cosa.
Quaranta soldi, era una gran somma, allora! Strinsi forte, per paura che mi fuggisse, e corsi dal Bianco: un uomo alto, tarchiato, barbuto e butterato, che formava le figurine da presepio in una botteguccia della salita di Monticello, sul canto dei Pico. Allora i pastori dei due sessi, con capretti, polli, canestri d’uova e simili sulle braccia, costavano un soldo l’uno. Un pecoraio, perchè seduto contro un ceppo d’albero, con un ramo sulla testa e la piva sulle ginocchia, costava due soldi, come l’asino e il bue. Giuseppe e Maria, perchè più alti, e perchè decorati, questa di raggiera indorata, e quello di bastone fiorito, costavano tre soldi ciascheduno. Il bambino, piccolissimo, ma con la raggiera dorata anche lui, scendeva solamente a due soldi.
Il conto fu presto fatto: dodici soldi per i personaggi principali e per i loro due complementi; due per un pecoraio, quattordici; uno per cinque pecore, quindici: mi avanzavano quattrini per venticinque pastori dei due sessi. Il Bianco mi diede l’angiolo soprammercato. Mancava la scritta; ma a questa avrei pensato io, calligrafo insigne. L’essenziale era che il babbo mi facesse la capannuccia.
— Questa sera, dopo cena; — mi disse egli, prendendo il cappello per andarsene.
Ah, quella sera, come fu lunga! E come noiosi quei parenti, quegli amici, venuti a far la vigilia con noi, e che non dicevano mai di andarsene! Cosa inaudita in una cena savonese di quei tempi, alle dieci erano ancora a tavola. Li avrei strozzati con le mie mani, se essi fossero stati serpenti, ed io Ercole.
Finalmente partirono. Alle undici mio padre si decise.