— Contentiamo questo impaziente! — esclamò. — Hai carta straccia?

Ne avevo, e molti fogli, già incollati insieme, poi spruzzati di rosso, di nero, di bianco, perchè simulassero il granito.

Mio padre aveva preso l’uno dopo l’altro i quattro bei tronchi di alloro; li aveva legati saldamente con certe funicelle ai quattro piedi di un tavolino; quindi ne aveva ripiegate ad arco le vette, e congiunte e legate, perchè facessero cornice. Sulla lastra del tavolino pose due scatole da cappelli, generosa offerta di mamma, che dovevano formare il nocciolo di due montagne; le congiunse con una lista di legno, che faceva ponte nel mezzo; vi stese sopra la carta straccia, un po’ stazzonata, acciaccata e ripiegata come veniva, affinchè simulasse meglio le anfrattuosità della roccia; poi musco e borraccina da per tutto: ginepri, corbezzoli e pugnitopi a incoronare i greppi, lungo la parete, per far da boscaglia; lì sotto al ponte, diventato un arco naturale della rupe, un pezzo di specchio per fare la lontananza; e così il paese in tre quarti d’ora era fatto.

— Mancherà Betlemme! — disse mio padre.

— Oh no, eccola qui; — gridai, tirando fuori un ceppo di case di cartone, che m’era costato una settimana di lavoro. L’opera era condotta secondo certe leggi statiche e norme prospettiche tutte mie; i colori stridevano, ma ridevano anche; le torri pendevano in istile bolognese; i merli non fischiavano, aspettando forse d’esser fischiati. Ma che importava ciò? C’era anche la capanna per il divino Infante, e così alta, che raggiungeva quasi il colmo della montagna. Ma mio padre non badò a queste inezie; collocò Betlemme sovra l’eminenza più lontana, mascherandola a mezzo tra i pugnitopi, che facevano da abeti; piantò la capanna dall’altro lato, celandola un pochettino nella frappa degli allori; poi seminò pastori e pastore da per tutto, sul piano e sul declivio dei monti. Il pecoraio ebbe alloggio in una cavità, naturalmente offerta da una piega della carta straccia; le cinque pecore gli si ammucchiarono da’ piedi, contendendosi la stessa zolla di borraccina; l’angiolo spenzolò da un fil di seta, davanti alla capanna fortunata, levando in alto la scritta: «Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonæ voluntatis.» Ci avevo fatto capir tutto, io; per contro, era così fitto il carattere, che non ci avrebbero capito nulla i visitatori. Giuseppe e Maria furono posti ai due lati dell’ingresso; l’asino e il bue ai loro piedi; ma l’orologio del Duomo scoccò le dodici ore, e il bambino Gesù non era ancora deposto sul pannilino di raso bianco, guarnito di trine, che aveva preparato per quella occasione mia madre.

— Ahimè! — gridai. — Mezzanotte!

— Ebbene? — disse il babbo; — aspetta che suoni da capo; il punto giusto è nel mezzo. —

Infatti, non erano ancora ribattute le ore, e il bambino era messo a posto, tra i due animali accoccolati. Io mi accostai col lumino, che posi nel mezzo a rischiarare la scena, e recitai il complimento:

De’ puri affetti miei,

O pargoletto Iddio,