Darti un pegno vorrei....
Ma son fanciullo anch’io.
Non ho capretti, agnelli,
Nè fior’ nè pomi belli;
Ho un cor che tutto è mio,
Tutto tel dono, o pargoletto Iddio.
Il pargoletto Iddio mi sorrideva. Sicuramente egli accettò il dono del mio cuore, ma non lo prese; me lo lasciò in deposito, e quel suo sorrisetto aveva l’aria di dirmi: — Va, me lo riporterai più tardi, a quella tal ora. —
Ahimè, povero cuore, in che stato glielo riporterò io! O non era meglio che me lo accettasse subito? Era un cuoricino di otto anni, tenero, vermiglio, senza la più piccola tacca; mentre ora, tra lividi, incisioni e graffiature.... Io, già, sentite, da un pezzo non lo guardo più. Mi cascherebbero le braccia.
La mia presa di Peschiera.
La mattina del 5 giugno 1848 uscivo di casa coi miei libri e quaderni sotto il braccio, ma non per andare alla scuola. C’era tempo, per questo, ed io volevo dar prima una capatina sul Fosso. Si chiamava a Savona con questo nome una spianata fuor delle mura, non ancora intieramente abbattute, davanti alla porta di San Giovanni: più tardi, fabbricatovi il teatro Chiabrera, si chiamò piazza del Teatro: da ultimo, per essere smontato un giorno il generale Garibaldi ad alloggio nell’albergo Svizzero che la fiancheggia da tramontana, si chiamò piazza Garibaldi. Sul Fosso facevano capo le tre vie nazionali, di Torino, di Nizza e di Genova; sul Fosso venivano per conseguenza a fermarsi le diligenze, e tutte le vetture da nolo; veicolo d’ogni forma, cavalli d’ogni pelo, ed anche senza pelo, vetturini d’ogni risma, tafani, mosche d’ogni razza, concorrevano a dargli anima e vita. Con le vetture capitavano sempre forestieri, e notizie del mondo circostante: quell’anno, poi, fioccavano le novità, e il Fosso ne era diventato quasi una fiera. La politica primeggiava; anzi, diciamo pure che era tutta politica. E il fiore delle notizie ci veniva da Genova, a cui si era più vicini, con cui erano più frequenti gli scambi.