Tre, quattro volte al giorno, come mi permettevano le ore di scuola, io solevo capitare sul Fosso, in busca di novità; ed anche sul porto, alla calata della Marinella, quando era avvistato il «Giulio II», vaporino a ruote, che faceva ogni giorno il suo viaggio da Savona a Genova, e da Genova a Savona. Povero «Giulio II», piccolo pontefice messaggero, che teneva la nostra quieta città, sua terra natale, in comunione di pensieri col maggior centro dell’agitazione ligustica! Non si rideva ancora, a vedere quel guscio di noce, che giungeva ansando, sbuffando e sparnazzando l’acqua salsa con le sue pale rosse, in tre ore di tragitto, spesso perdendo la scommessa con certi diavoli di calessini, partiti da Genova, e dalla piazza dell’Annunziata, nella stessa ora ch’egli sferrava dal porto della città sullodata.

Quella mattina, giungevo in buon punto sul Fosso, mentre di sotto alla galleria sbucava un calesse, venuto a furia da Genova, col vetturino a cassetta, che seguitava a frustare senza misericordia i cavalli, e gridava come un ossesso, agitando certi foglietti spiegazzati con la stessa mano che teneva la frusta. Bollettini del campo! bollettini del campo! Io conoscevo il vetturino; egli conosceva me, per ragione del mio babbo, che spesso si serviva del suo trespolo; ebbi perciò facilmente uno di quei bollettini, e senza costo di spesa. Lo lessi, o per dir meglio lo divorai; e via di corsa alla mia volta, per il viale della Passeggiata, fino a piazza Castello, dove, in fondo ad una lunga piantata di acacie, sorgeva il collegio delle Scuole Pie. Volevo essere il primo a portare la grande notizia: non alla scuola, per altro; ai compagni, che in quell’ora si trovavano ancora di fuori, giuocando alle palline, alle piastrelle, ai puntoni, in attesa del sero. Il sero, chi nol sapesse, era lo spazio di tempo, mezz’ora all’incirca, tra le due scampanate che ci chiamavano a scuola. Suonava la prima, ed eravamo tutti nei pressi del collegio, a giuocare, a saltare, a rincorrerci: suonava la seconda, segnando l’estremo limite della tolleranza magistrale, e tutti, lasciati i giuochi in tronco, levati i nostri libri di sopra il parapetto, di sopra i piuoli e i sedili della passeggiata, correvamo allo studio.

Quell’anno io facevo grammatica. Per grammatica, intendete la latina. Le scuole d’allora non conoscevano la divisione odierna di ginnasio e liceo: dalle classi elementari si passava il primo anno in lingua italiana, e il secondo in prima grammatica latina, detta comunemente grammatichetta, dove c’insegnavano gli elementi del latino e ci facevano tradurre l’«Epitome Historiae Sacrae, auctore Lhomond». Seguiva l’anno della seconda grammatica, detta grammatica senz’altro, in forma antonomastica, dove, fortificandoci nelle regole, incominciavamo a battagliane col «De Viris illustribus» e finivamo misurandoci con Cornelio Nipote. Poi c’erano i due anni di umanità, minore e maggiore, dove si attaccava Ovidio e qualche poeta italiano; quegli e questi servivano per addestrarci al magistero del distico latino e della strofa italiana. Il doppio esercizio si faceva coi «versi rotti» che parevano prosa, e che noi dovevamo ricostruire, in latino secondo le leggi della prosodia, in italiano secondo quelle del ritmo. In umanità non erano d’obbligo i due anni; si poteva saltarne uno, mostrando di avere approfittato abbastanza nel primo, entrando a fin d’anno in gara cogli alunni del secondo e superando com’essi l’esame. Erano invece obbligatorii i due anni di rettorica, dove tra parecchi poeti e prosatori latini, Virgilio, Cicerone, Orazio, Giulio Cesare e Tacito, tra parecchi poeti e prosatori italiani, Dante e Dino Compagni, l’Ariosto e il Machiavelli, il Tasso, l’Alfieri, il Monti, il Leopardi, si diventava poeti e prosatori per nostro conto, più o meno terribili. L’uso delle lezioni libere, cioè dei passi recitati a memoria, ma scelti da noi, ci portava a conoscere assai più autori che non richiedesse l’insegnamento; e noi a questo modo ci prendevamo anche una satolla di scrittori moderni, anche viventi. L’altro uso dei lavori liberi, cioè di soggetto a scelta nostra, senza pregiudizio dei soliti temi di scuola, esercitava la vena dei più valenti. Lo spirito di emulazione era anche più esaltato dalle «provoche», sfide e giostre poetiche, italiane e latine. Di queste se ne facevano quante si voleva; bastando che uno si levasse a provocare in nome della sua banda la banda avversaria, perchè s’interrompesse la lezione, il maestro dettasse un tema, e tutti ci mettessimo all’opera per guadagnare il maggior numero di punti alla nostra banda e a noi stessi. Venivano ultimi due anni di filosofia; nei quali si imparava algebra, geometria piana, qualche po’ di fisica, logica, etica, e metafisica per giunta alla derrata.

Sento il bisogno di dire che storia e geografia, convenientemente graduate, accompagnavano tutte le classi. E sento anche quello di soggiungere che di aritmetica, fondamento e istradamento all’algebra, ci davano lezioni in rettorica. Se vi parrà che per l’aritmetica fosse un po’ tardi, pensate che eravamo almeno più maturi per la soluzione di tanti problemi complicati, che oggi ammazzano i cervellini neonati delle classi elementari; pensate inoltre che tutti i vecchi finanzieri d’Italia hanno studiata l’aritmetica come noi, non apparendo alla prova più ignoranti dei nuovi. Quanto allo studio della fisica, certamente era ristretto a quel modo; e questo per difetto di strumenti da ciò; ma si sarebbe potuto rimediare. A buon conto non avevamo la storia naturale, che imparare a fondo nei licei non si può, e imparare per iscarsi elementi non giova. Nè c’era la geometria solida a far girare la testa dei futuri medici, avvocati, procuratori e notai; non c’era il metodo euclidèo per funestare le anime adolescenti, rallegrando i traduttori del famoso maestro di Tolomeo Filadelfo e i rispettivi editori; a benefizio dei quali, oramai, sembrano fatte le scuole del «bello italo regno». Per contro, e in rettorica, tra una lezione e l’altra, il maestro c’insegnava il greco; studio libero, che non portava obbligo d’esame, ma a cui per emulazione attendevamo tutti, e non c’era caso che uno mancasse. Dio benedica quelle scuole classiche, di cui oggi si dice tanto male, ed anche quei programmi, che nessuno oggi ricorda. Erano scuole classiche, e la cultura classica ci aveva il sopravvento. Se ne usciva sapendo il greco quanto ora, cioè poco, ma quel poco non inutile ora nè allora; di latino e d’italiano s’imparava assai più che non si faccia adesso, e per usarne largamente, così in verso come in prosa. Dell’uno e dell’altro si saprà certamente un po’ meglio, e non sarà più il caso di annuali piagnistei sullo studio insufficiente della lingua patria, quando si sfolleranno davvero i nostri licei, non già del latino e del greco, o solamente di questo, ma di tutta la congerie di studi particolari, farraginosamente e perciò scarsamente scientifici, onde sono ingombrati gli orarii e aggravati i cervelli. Perchè le scabrosità della brattea e le finezze della stipula, gli arcani del pòlline e i misteri delle generazioni alternanti non si mandano al luogo loro, nei primi corsi di medicina e di scienze naturali? Perchè le bellezze delle figure piane, delle proporzioni e delle loro mirabili proprietà, non si rimandano, insieme con le quantità incommensurabili e col metodo di esaustione, ai primi corsi di matematiche, dove hanno a cavarne profitto i futuri ingegneri? Ci vuol coraggio, capisco, molto coraggio; e nessuno l’avrà. Ma allora, non ci lagniamo di quel che avviene; e sullo scadimento della cultura letteraria, in Italia, si lascino piangere i coccodrilli, in Egitto.

Dove mi ha condotto il tema delle scuole! Ma che farci? questo è un cavallo, che appena inforcato vi piglia la mano e vi porta dove vuol lui. Per fortuna, si è stancato, si rifà maneggevole, e mi riconduce al mio ’48. Ero in grammatica, vi ho detto; abbastanza avanti, per gli anni che avevo. E già facevo assai volentieri il chiasso per le strade, partecipando a tutte le dimostrazioni di piazza, che veramente erano all’ordine del giorno, e perfino a quel della notte. Si gridava abbasso i Gesuiti; si correva per la città «con l’azzurra coccarda sul petto, con italici palpiti in core» e con tutti gl’inni di quel tempo sulle labbra; a lume di fiaccole si andava attorno con musiche, portando in processione grand’uomini litografati, e principi riformatori di gesso. Giornali se ne avevano pochi; io, poi, a quell’età, non ne leggevo affatto. Non c’era il telegrafo elettrico, e le notizie venivano sempre con un po’ di ritardo, ordinariamente in certi bollettini, foglietti volanti stampati a Genova, ed oramai quotidiani, che per lo più sentivamo leggere ad alta voce in piazza Colombo, da qualche negoziante, armatore o spedizioniere infervorato, ritto in piedi su d’una seggiola, per dominare le turbe. Momenti solenni! rivedo i noti aspetti; sento ancora le voci.

Ma quella mattina.... quella mattina ero io il portatore della lieta novella; quella mattina lo avrei letto io il bollettino. I compagni, non sapendo nulla, non indovinando le grandi cose che m’infiammavano il viso, credettero che io venissi a loro con tanta furia per fare ai puntoni. Quello era il mio giuoco prediletto: anche oggi, quando vedo fare ai puntoni, dovunque io sia, qualunque cura mi frastorni, mi fermo a guardare. Sapete come si fa? Ci vuole anzitutto una coppia di ragazzi: uno sotto, per far da cavallo, l’altro sopra, per far da cavaliere, coi ginocchi nei fianchi al compagno. Quello di sotto stende le braccia avanti ed incrocicchia le dita; quello di sopra fa altrettanto, ma calzando delle sue braccia e delle sue mani incrocicchiate le braccia e le mani del compagno. Il puntone è fatto; il cavallo si muove, carico di quel peso, e con la forza che gli viene dal peso cresciuto si avventa sopra un’altra coppia, egualmente formata a puntone. Di queste coppie in battaglia ce ne possono esser molte, tutte libere di colpir dove vogliono, ed esposte ad esser colpite d’ogni banda. È battaglia sparsa, come di navi che vengano ai cozzi, ed una di loro riesca a mandarne sotto parecchie, magari tutte, se forza, destrezza e fortuna l’aiutano.

Bella cosa, i puntoni, non è vero? Ma che puntoni, quel giorno? C’era ben altro in aria. Bollettini del campo! bollettini del campo! I nostri.... i nostri soldati avevano.... avevano presa Peschiera.

E lì, col rantolo in gola, con la voce soffocata dalla commozione, leggevo il famoso bollettino che m’aveva fatto correr tanto, dalla piazza del Fosso a quella del Castello.

— «Milano, 2 giugno, mezzodì. Il giorno 30, alle ore 11 di notte Peschiera capitolò. Conchiusi i patti, entrarono nel forte per la porta di Verona parecchi ufficiali italiani, con una compagnia di artiglieri, una di bersaglieri, ed una del 13.º di Pinerolo. Sul far del giorno del 31, al suono dell’inno nazionale, ci entrarono, tutto il suddetto reggimento ed il corpo Parmense. Al mezzodì gli Austriaci, difilando innanzi ai nostri lungo la caserma, uscirono da porta di Brescia con le loro armi, le quali deposero poi e cessero in mano dei Piemontesi sul ciglio della ripa, alla presenza del Duca di Genova, di un eletto stato maggiore e del 14.º reggimento. I soli ufficiali ebbero licenza di conservare la spada. La guarnigione uscita, composta di 1600 Croati, continuò sotto buona scorta la via per Desenzano e giunse ieri a Brescia. I nostri rinvennero nel forte gran quantità di materiale da guerra, palle da cannone ammucchiate, bombe, mortai d’ogni calibro. Le cose nell’interno presentano uno spettacolo di rovina. Il nemico volle resistere fino all’estremo, ed aveva consunto quasi del tutto le provvigioni. Ogni cannoniere era costretto al servizio di due cannoni: guasti i mulini, s’adopravano macine a mano: si erano mangiati pressochè tutti i cavalli: non c’era più sale, e si faceva uso di salnitro: i soldati mettevano a ruba le case, che le bombe del nemico incendiavano.... La resa di Peschiera e la vittoria, o piuttosto le tre vittorie degli ultimi dì di maggio, sembrano far sicura la riuscita della guerra dell’indipendenza. —

Semplice il racconto, senza inutili vanti la chiusa. Il bollettino era del Governo provvisorio della Lombardia: estensore, per incarico del segretario generale, era Giulio Carcano, segretario, il cui nome si leggeva stampato in fondo alla pagina.