La mia lettura aveva sortito un effetto maraviglioso. Tutti s’affollavano intorno a me, pendendo dalle mie labbra, fremendo, giubilando, gridando evviva; tanto che per un momento credetti di aver preso io Peschiera, io in persona, non il Duca di Genova. Anch’io, del resto, avevo toccato l’apice della gloria, leggendo un bollettino alle turbe, come facevano ogni giorno i pezzi grossi di piazza Colombo. Ah, la gioia di un popolo, come è bella, come è dolce, quando è destata e nutrita dalle vostre parole! Ma la gioia d’un popolo si suol dimostrare con qualche novità. Che cosa avremmo fatto noi, popolo minuscolo delle classi di grammatichetta, di grammatica, di umanità e di rettorica?
Passavano i filosofi, così detti perchè erano gli alunni della classe di filosofia, perchè stavano da soli, oramai, non prendendo parte ai nostri giuochi, e ragionando sempre tra loro di Gioberti e di Rosmini. Quella volta, vedendo la calca dei compagni minori, anche i filosofi dovettero accostarsi, obbedendo ad un sentimento di curiosità naturale ed umana; accostatisi, dovettero anche sentire di che si trattava, e partecipare alla nostra allegrezza. Ma quando io ebbi finito di leggere, niente li trattenne più nel consorzio dei «piccoli». Si allontanarono, dunque; ma io potei sentire uno di loro, che diceva ai suoi compagni di Peripàto:
— Con una notizia simile, bisognerebbe far vacanza, quest’oggi. —
Non aveva detto a sordo. Fatto mio il pensiero del peripatetico, mi volsi conchiudendo ai compagni:
— Si fa vacanza? —
L’idea era nuova, e strana, come tutte le idee nuove.
— Perchè? — mi chiese uno di loro.
— Perchè? me lo domandate? Siamo entrati in Peschiera. È una gran vittoria degli Italiani. Chi siamo noi? non forse Italiani? «Res nostra agitur». Come staremmo noi in iscuola, quest’oggi, se già non possiamo più star nella pelle?
— Dici bene, dici bene. Ma come la vedrà il padre Escrìu?
— Oh bella, come noi. È spagnuolo; ma vive da tanti anni in Italia. Gli si dice la cosa, e non potrà far altro che approvarci.