— Ti senti di parlargliene tu?
— Sicuramente; — gridai, parendomi lì per lì la cosa più naturale del mondo.
La turba si mosse, acclamando; ed io alla sua testa, che parevo un colonnello in piazza d’armi. Si andava verso il collegio. Ma giunto all’ingresso, e nell’atto di montare i tre scalini di marmo del portone, incominciavo a non essere tanto sicuro del fatto mio. Posto il piede nel corridoio delle scuole, mi trovai anche solo, o quasi. I miei compagni si fermavano fuori, aspettando l’esito dei negoziati. Ma che paura avevano? Il padre Escrìu era un brav’uomo, finalmente. Sapeva bene il latino, e ce lo insegnava bene. Con un metodo severo, per altro! Quando si fallava la desinenza di un caso, o la concordanza di un adiettivo col suo sostantivo, faceva certi occhiacci! Nè sempre si contentava di far gli occhiacci; specie quando non si sapeva la lezione, o si faceva qualche grosso solecismo, lasciava correre anche scappellotti. Non ne abusava, no; bisognava avergli fatto scappar la pazienza. Ma qualche volta gli era scappata, e i ricordi ne duravano in classe.
Ci pensai ancor io, inoltrandomi nel corridoio. E rammentai che proprio allora avevo un grave torto agli occhi del maestro. Il padre Escrìu aveva portata nella sua scuola una gran novità, che prima di lui si usava soltanto nelle scuole dei Gesuiti. Da noi la classe si divideva in due bande: ogni alunno, guadagnando punti, o perdendoli, guadagnava o perdeva per sè e per la banda a cui era ascritto. Il padre Escrìu aveva aggiunta la novità di dare un nome alle bande: da una parte si era Romani, e Cartaginesi dall’altra. Mercè questa trovata, non so come, certo senza merito mio, avevo conseguita la dignità d’Imperatore Romano. Se poi alla mia effigie non si coniarono monete, incolpatene i tempi grossi, e la brevità del mio regno. Un giorno, di fatti, per una mia marachella (non la ricordo più bene; mi pare si trattasse di ciliege che io mangiavo sul mio trono, facendone tra il pollice e l’indice schizzare i noccioli su teste di amici e nemici) il padre Escrìu mi degradò issofatto da Imperator dei Romani, mandandomi per gran degnazione legato dei Cartaginesi. Immaginate il mio dolore, e l’ira dei Romani, che perdevano un campione per le battaglie dei punti, e l’odio dei Cartaginesi, che alle future vittorie non pensavano ancora, ma sentivano la presente vergogna dell’esser considerati come una compagnia di disciplina. E le ciliege erano ancor troppo fresche: non era ancor venuta per me l’occasione di riconquistare il mio seggio in Roma: alla presa di Peschiera io ero ancora Cartaginese; e non Suffèta, che era il primo grado; legato, semplicemente legato.
Come si fa? pensavo tra me, inoltrandomi nel gran corridoio. Come si fa, a persuadere il padre Escrìu di questa vacanza in lunedì? Pensando, mi veniva meno il coraggio; ma anche mi veniva incontro, col suo passo risoluto, il padre prefetto. Un lampo balenò allora alla mia mente; e quel lampo era un’idea.
— Padre, — gli dissi, avanzandomi, — padre prefetto....
— Ebbene? Che cosa vuoi tu?
— Peschiera.... — risposi, con la mia voce soffocata dalla commozione; — Peschiera è in mano dei nostri.
— Ah! — gridò egli fermandosi e facendosi rosso in volto come un rosolaccio dei campi. — Come lo sai?
— Qui.... qui.... il bollettino; legga. —