Il padre prefetto me lo aveva già strappato di mano. Leggeva, e gli sfavillavano gli occhi; leggeva a mezza voce, profondamente commosso, balbettando. Con lui mi venne il coraggio che temevo di non aver più col padre maestro.

— E noi, padre, per questa vittoria, vogliamo prender parte alla dimostrazione che si farà in piazza di Càneva.... —

Si chiamava solamente di Càneva, cioè della Canapa, la piazza Colombo, in vicinanza del porto, dove erano a quel tempo i banchi degli spedizionieri, degli armatori, dei cambiavalute, ma dove probabilmente in un tempo anteriore erano state botteghe di canapini, venditori di tela di canapa per le vele dei bastimenti.

— Sì, — proseguivo, pigliando la rincorsa, mentre egli continuava a leggere rottamente. — sarà una dimostrazione di tutta la città. Che entusiasmo vuol essere! Faremo vacanza, non le pare? La notizia è troppo bella.... importante.... strepitosa....

— Strepitosa davvero; — rispose il padre prefetto. — Mi lasci il tuo bollettino, che lo faccio leggere ai Padri?

— Sì, lo tenga, lo tenga; io lo so già tutto a memoria. —

Era dunque il permesso di far vacanza. Non lo dava il maestro di grammatica, veramente: lo dava il prefetto, «studiorum praefectus», che aveva per le scuole un’autorità superiore, e che a buon conto poteva conceder vacanza, non ad una sola classe, ma a tutte. Forte di questa argomentazione interiore, salutai il frate e corsi a gambe levate verso l’ingresso.

I compagni mi aspettavano là, parte sulla gradinata, parte in istrada, come in agguato.

— Vacanza! — gridai.

Vacanza! vacanza! risposero venti o trenta voci. Vacanza! vacanza! echeggiarono quaranta o cinquanta, di scolari e scolaretti accorrenti. E via tutti, allegra torma di pecchie quando prendono a sciamare; via tutti, verso la piazza, raccogliendo per cammino i più tardi, informando della vittoria dei nostri soldati, e della nostra ad un tempo. Peschiera vinta! Peschiera italiana, finalmente! Che bella cosa, che grande notizia, da far ribollire il sangue nelle vene! Così riscaldati, esaltati, pazzi dalla gioia, avevamo intuonata la canzone del tempo: