— Già, lo dicevo infatti, strepitosa. E noi allora Le abbiamo soggiunto che si sarebbe fatta una grande dimostrazione.
— Nel fosso della Fortezza, non è vero? Mariuoli! Pigliatemi il portante, e via. Per la scuola del mattino è tardi; andate a casa, a studiare. Chi mancherà alla lezione pomeridiana, faccia conto di venir domani accompagnato dai suoi parenti. —
La minaccia era grave. Dispiaceva a tutti d’esser mandati a casa con l’obbligo di farci riaccompagnare alla scuola dal babbo o dalla mamma. Al tempo nostro queste due autorità non ischerzavano. Bisognava avvertirle dell’incomodo che si cagionava loro, e confessar le ragioni del fatto; donde avveniva che ricevessimo una salutar correzione anche prima di esser condotti al collegio. Perciò, immaginate che tutti, «nemine excepto», si fosse nel pomeriggio alla scuola. Quando noi grammatici entrammo in classe, il padre Escrìu era là in piedi, davanti alla cattedra, duro, accigliato, con la sua riga tra mani, che pareva un bastone di comando.
— Perchè non siete venuti a scuola, stamane? — chiese egli, dopo un lungo silenzio, quando noi fummo tutti seduti nelle nostre panche. — Parlate; lo voglio! — incalzò, vedendo che nessuno di noi si alzava per rispondere.
E il bastone di comando, che da principio ballava, incominciò ad agitarsi convulsamente tra le sue dita.
— Mi avete capito? — riprese. — Vuol finir male, quest’oggi; molto male per qualcheduno.... e per tutti i suoi complici. —
Eravamo esterrefatti. Lo intendevamo benissimo, che qualcheduno, l’istigatore, sarebbe stato mandato via, «nec sine colaphis», cioè a dire non senza scappellotti, e che a tutta la classe sarebbe toccato un «pensum» da doverci perdere le ore di ricreazione per un mese.
— L’hai presa Peschiera! — mi mormorava intanto sottovoce un compagno.
La crudeltà del sarcasmo mi rivoltò il sangue, e fece quello che non aveva ancora potuto su di noi la sgridata del frate. Mi alzai in piedi e stesi la mano, quantunque non ce ne fosse bisogno, poichè egli stesso m’invitava a parlare.
— Padre, non castighi nessuno dei miei compagni; — gli dissi. — Sono io, il colpevole; io che ho letto questa mattina, uscendo da casa, il bollettino della presa di Peschiera. Mi pareva che con una notizia simile.... Capirà; siamo italiani.... L’avevo detto anche al padre prefetto.... che si era commosso anche lui. Forse, nella commozione, non ha sentito quando gli dicevo della vacanza.... Ora sa tutto, padre maestro.... punisca me, ma non altri.