— Non altri! non altri! — ripetè il maestro imbizzito. — Farò quello che mi parrà conveniente. E voi, frattanto, in ginocchio! —

In ginocchio! Era grossa, e tutti i miei sentimenti si rivoltarono. In ginocchio! Da tre anni che ero alunno delle Scuole Pie, non c’ero mai stato messo; nè dal padre Sanguineti, nè dal padre Conio, nè dal padre Cigliuti. Qualche volta in castigo nei corridoi, non lo nego; ma in piedi. E in ginocchio, allora! in ginocchio! era grossa, era orribile; non potevo mandarla giù; non mi ci sarei adattato, no davvero; piuttosto a casa, e ritornar magari coi miei parenti, dopo aver preso un paio di ceffoni a priori, o di calci a posteriori, dal babbo.

Quell’altro intanto ripeteva il comando; ed anche accennava di muoversi, certamente per cavarmi a forza dal posto. Precorsi l’offesa; mi mossi, scesi dalla panca (la seconda dei Cartaginesi, ahimè!) per calare in mezzo alla scuola; ma come fui giunto là, scambio d’inginocchiarmi, voltai verso l’uscio, colla ferma intenzione di andarmene. Ma quell’altro, che forse mi aveva letto negli occhi il proposito ribelle, mi fu addosso d’un salto, mi gravò la sua larga mano sulle spalle, facendomi andar giù, se non proprio come voleva lui, sulle ginocchia pur troppo.

— Hai dato cattivo consiglio; — soggiunse poscia, mentre ancor lavorava per farmi inginocchiare davvero; — lo confessi, e vuoi sfuggire la pena? In ginocchio, ti dico. Tanto meglio, se ti dispiace. E qui, — riprese, dopo un istante di pausa, sentendomi dare in uno scoppio di pianto, — ci hai la posizione più conveniente per pregare. Prega Dio, — conchiuse, — prega Dio fervidamente, per tutti quelli che han preso Peschiera; prega Dio che riescano a prender Verona!

Il primo errore.

Giunto dalla sua natale Germania a Parigi, e prendendo da viaggiatore coscienzioso a visitarne i monumenti, Enrico Heine non tralasciò di dare una capatina nei dintorni, fino alla celebre abbazia di San Dionigi. Colà, osservando il luogo dove il santo era stato decapitato, e meravigliandosi forte al racconto dello scaccino, che il santo sullodato avesse fatto ancora una ventina di passi dopo aver perduta la testa, si sentì soggiungere, quasi a spiegazione del miracolo: «Vous savez bien, monsieur, il n’y a que le premier pas qui coûte». Quello scaccino aveva ragione, ed io lo so per prova, che senza testa, o senza cervello, che negli effetti è tutt’uno, ho fatto il mio primo passo; donde avvenne che facessi poi tutti gli altri, ahimè, sulla via del Parnaso.

Avevo io otto anni? nove? dieci? Non so più bene. Potrei forse orientarmi chiedendo ai miei concittadini in che anno monsignore Riccardi di Netro fosse stato nominato vescovo di Savona e avesse fatta la sua visita pastorale per tutti i borghi della sua diocesi. E forse il saperlo mi gioverebbe poco, essendo anche possibile che il degno uomo fosse andato parecchie volte in volta, e più d’una, a buon conto, fino al monastero della Pace, sopra Albisola, dov’io ragazzo ebbi l’onore di avvicinarlo; e fu quello il giorno fatale del primo errore, del primo peccato letterario, che portò poi tutti gli altri,

onde sovente

Di me medesmo meco mi vergogno.

Mi confesserò di quel primo, e voi mi darete la penitenza; se pure non crederete che io n’abbia già fatte abbastanza. Ma raccontiamo con ordine, e premettiamo quanto è da premettere.