Il mio babbo era un gran filarmonico nel cospetto di Dio e degli uomini; tanto che, non contento di suonare per suo conto e diletto parecchi istrumenti, aveva formato un concerto musicale, e diciamo pure una banda, provvedendo del suo gli arnesi sonori alla più parte dei soci dilettanti. Io, naturalmente, partecipavo a tutte le comparse della Banda Nuova (era questo infatti il suo nome, per contrapposto alla Musica Vecchia), andavo a tutte le feste cittadine, a tutte le funzioni di chiesa, a tutte le sagre dei dintorni, a Lavagnola, a Zinola, ad Albisola, sempre affidato al braccio amico (vedete come mi fiorivano fin d’allora le rime) di Ninetto Cerisola. Il Ninetto, come più comunemente lo chiamavano, tralasciando il cognome, era un ometto (e dàlli con le rime!) piccoletto, ma forzuto e barbuto, che appunto per quella sua barba folta e nera, aveva meritato il posto di zappatore nelle gloriose legioni della guardia civica. Di professione era staderaio, cioè a dire fabbricava, vendeva, aggiustava bilance; a tempo avanzato suonava il trombone, quel bel trombone antico, senza chiavette, che dava le note secondo l’allungarsi e il raccorciarsi delle sue canne di ottone. Ricordo che il giorno della festa solenne al convento della Pace, dovendo suonare sull’orchestra della chiesa, io avevo trovato il modo di ficcare nel tronco interno di quelle canne mobili un turaccioletto di sughero; onde l’amico Ninetto, per soffiar che facesse, non riusciva a mandar fuori una nota. E non protestava neanche, il poverino; che anzi faceva le viste di non avvertire l’impedimento. S’era fatta, prima della Messa cantata, una colazione desinatoria; ed egli forse dubitava di aver alzato un po’ il gomito, di esser brillo, insomma, e di averne impacciate le labbra; cose che càpitano ai suonatori, che sono uomini come tutti gli altri del seme d’Adamo, e sanno che il buon vino non rispetta nessuno. Fors’anche, un po’ alticcio davvero, non aveva badato più che tanto se il suo trombone suonasse o non suonasse? Certo è che quando gli amici, avvisati della burla, gli fecero complimenti per la sua cavata, che quel giorno era stata magnifica, egli subito, con bella modestia, rannicchiando le labbra tra i peli della barba, rispose:

— Si fa quel che si può. —

Solo più tardi, levando dalla ritorta le canne dello strumento, ne visitò le due bocche.

— Ah birichino! Siete stato voi? — mi gridò, mentre si disponeva a levare da una di quelle il turacciolo traditore.

Ma egli mi voleva tanto bene, che quella mia burla atroce gli parve la trovata più bella e più spiritosa del mondo.

Monsignore aveva pontificato, e dopo il vespro era sceso in refettorio coi frati. La banda, allineata nel corridoio, aveva rallegrati i principii, la zuppa e credo anche il fritto, col coro dei «Lombardi» e con l’altro del «Nabucco», non dimenticando la preghiera dei «Foscari» per assòlo di trombone. Non c’era più turacciolo, e il Cerisola aveva fatto prodigi. Inorgoglito del suo trionfo, si era levato a più superbi voli; aveva intravveduto un’idea, l’aveva inseguita, afferrata al varco, e la presentava calda calda ai compagni.

— Non si può mica suonar sempre! — diss’egli. — Se alle frutta tutto il corpo filarmonico si presentasse in refettorio per cantare un complimento al vescovo?...

— Un complimento! — si gridò, colti all’impensata. — E cantarlo! Che cosa sarà?

— Un coro, un coro d’opera conosciuta, con parole adattate; — riprese il Cerisola.

— Allora ci vogliono i versi. E chi li fa i versi?