— Eh, se il signor Luigi volesse....
Così dicendo, il Cerisola s’era rivolto al mio babbo. Ma il mio babbo accoglieva la proposta con un’alzata di spalle, che mandava il Cerisola a farsi benedire. E il Cerisola, scambio di andarci, si rivolse a me, che gli stavo vicino.
— Li farete voi, allora; — soggiunse.
Ninetto Cerisola mi sapeva studioso, e mi credeva capace di tutto. Infatti, dopo il turacciolo!....
— E perchè no? — risposi. — Se mi date la musica....
Era fresca la memoria della «Lucia di Lammermoor», cantata al teatro Sacco, allora il primo di Savona, essendo anche l’unico. Un coretto del second’atto di quell’opera parve la man di Dio. Lo sapevano tutti a mente; e non domandava altro al poeta che una strofetta di quattro settenarii. Anch’io, per bacco baccone, mi sentivo capace di tutto. Cavai la matita, e sul primo pezzetto di carta che mi venne alle mani scrissi i miei versi, senza pur dimandare la necessaria ispirazione ad Apollo. Ninetto Cerisola li lesse, li trovò sublimi, e li portò a leggere al mio babbo, che fece un gesto di orrore, e poi, rivolgendosi a me, accennò con la palma levata la voglia imperiosa d’un solennissimo scapaccione. Ma egli era abbastanza lontano, ed io stetti a grinta dura, mentre Ninetto Cerisola, il primo e credo anche l’ultimo predicatore della mia gloria, rileggeva ad alta voce i maravigliosi miei versi al corpo filarmonico, che in atto di curiosità, gli si stringeva d’attorno.
«Salve, pastor Sabazio,
Nostro sostegno e onore;
I palpiti del core
Noi consacriamo a Te.»