Di peggiori non si poteva farne, lo riconosco: ma allora pensavo come Ninetto Cerisola; li trovavo anch’io maravigliosi, sublimi, specie rivestendoli già nella mia mente con le note del Donizetti. Erano, dopo tutto, cantabili a quel dio; e il Ninetto li attaccò bravamente con la sua vocina di tenore bari.... stonato. Il Forzani, il Ghisolfi, il Lanza, il Casella, il Bibolini, tutti insomma quanti erano i nostri filarmonici, si affrettarono a ricopiarli. Ed aiutavo anch’io (vedete degnazione d’autore!); sicchè in pochi minuti ne tirammo giù una ventina di copie. E quando si videro uscire dal refettorio gli avanzi dell’arrosto cogli avanzi dell’insalata, segno evidente che là dentro si passava alle frutta e al formaggio, fatta giungere discretamente all’orecchio del padre guardiano la voce che i suonatori della banda volevano cantare un complimento a Monsignore, si spalancarono i battenti dell’uscio, e la banda penetrò, fortunatamente inerme, nella sala dei banchettanti; ma ognuno degl’irrompenti avea tra mani spiegato il suo pezzetto di carta, da farli parer tutti camerieri che portassero il conto. Al rumore di quella entrata improvvisa, Monsignore alzò la sua bella faccia petrarchesca, che m’è rimasta impressa nella memoria, tanto che mi pare di averla sempre negli occhi. Ci fu un momento di silenzio: i filarmonici si erano messi in fila. Poi, apriti cielo, venti bocche si schiusero ad un cenno, e fu un grido allora, un urlo solo:

«Salve, pastor Sabazio,

Nostro sostegno....»

e il resto, che per amore di brevità si omette, ma che laggiù, in quell’ora solenne, fu cantato a squarciagola, bissato, rinterzato, se ben ricordo, senza richiesta, ma non senza una benevola rassegnazione dei commensali assordati. Qualcuno, di certo, si sarà doluto in cuor suo; ma, da buon cristiano, n’avrà fatto, come si usa di tutti i dolori, un’offerta al Dio degli afflitti.

Monsignore di Netro non aveva da liberarsi in quel modo da nessuna afflizione. Appariva dolcemente commosso da quella dimostrazione, tanto più affettuosa quanto più rumorosa. Certamente per modestia s’era fatto rosso in volto come una fravola montanina, e tratto tratto dondolava il capo, così in atto di ringraziare, come di nascondere la sua confusione. Finito il canto, lodò con belle parole i cantori del cortese pensiero che li aveva mossi; ma voleva anche lodare il poeta, e per lodarlo, per ringraziarlo particolarmente, gli bisognava conoscerlo. Io, veramente, non avevo preveduto quel desiderio episcopale. Ero così lontano dal credere che in quella dimostrazione canora ci potessi entrar io per qualche verso, che non avevo dubitato di ficcarmi ancor io tra i cantori, prendendo sbadatamente il mio posto in fila, tra il Ninetto, ch’era un cosettino tant’alto, e il Casella, che era un mezzo gigante. Il Casella, per l’appunto, sentito il desiderio di Monsignore, mi afferrò amorevolmente pel colletto, e mi cacciò avanti, dicendo:

— Signor vescovo, eccolo qui il poeta.

Monsignore sorrise al «signor vescovo» e poi volle veder da vicino il poeta. Non c’era più modo di scapolarla: ci andai, come la biscia all’incanto: ci andai, confuso e tremante, girando dietro a dieci o dodici schiene. Alla sinistra del vescovo una sedia si trasse un pochettino da lato, tanto che v’ebbi un po’ di spazio per accostarmi al mio «pastor Sabazio» e per baciargli l’anello pastorale, che s’era benignamente sollevato all’altezza delle mie labbra. Beata età, che la bocca dell’uomo può ancora esser fatta per baciare anelli di vescovi e destre di nonni!

Ma il mio «pastor Sabazio» voleva anche discorrere, sapere dei miei studi, della classe, del collegio, dei maestri, dei libri prediletti, perfino della via che mi proponevo di scegliere quando fossi entrato nel mondo.

— Studia sempre, ragazzo; questo serve per ogni via; — mi disse, quando gli ebbi tra male e peggio barbugliate quattro o cinque risposte. — E dimmi, intanto, sai già bene il latino?

— Sì, Monsignore, un poco; — risposi a faccia fresca.