Infatti, perchè no? Ero già uscito dai latinucci, sfranchito dalle concordanze, e poteva parermi che non ci fosse più altro da spartire tra me e la difficoltà della lingua di Cesare.

— Bene; — ripigliò Monsignore; — conoscerai dunque il proverbio: «Carmina non dant panem....»

— «Sed aliquando famem;» — soggiunsi io inanimito, compiendo il pentametro.

— Lo sai tutto? Me ne compiaccio. Ma sappi ancora, che quel proverbio è falso; ed io mi sento di fartene la dimostrazione. —

Così dicendo, il mio bel Petrarca in mezzetta si levò da sedere, prese un coltello, stese la sua bella mano bianca e morbida verso una gran torta dolce che stava davanti a lui, ancora intatta, nel mezzo della tavola; e colla punta del coltello ne tagliò a fondo il cuore, che portava il suo nome in lettere di rilievo e di zucchero. Ciò fatto, ficcò sotto quel rocchio la punta del coltello, e d’un colpo lo fece balzare nel suo piatto, che con l’altra mano era stato pronto ad accostare.

— Vedi? — riprese allora, porgendomi il piatto. — I carmi dan pane; ed è pan di Spagna, salvo errore, o qualche cosa di simile. —

Poi, col rovescio della mano, anzi diciamo col sommo delle dita affusolate, mi diede un colpettino sulle guance. Era il commiato; ed io, fatto un mezzo inchino, mi affrettai a prendere il largo. Cioè, dico male; non potei affrettarmi, poichè ero allo stretto, fra la parete e quella fila di sedie, che s’erano tutte un po’ mosse, per dar modo ai sacri commensali di voltarsi sul fianco e di farmi anch’essi il loro complimento. Il padre guardiano, prima di tutto, m’aveva fatto un sorriso di vecchio conoscente; ed io lo sentii, mentre uscivo dalla stretta, che diceva a Monsignore com’io fossi stato a balia poco distante di là. Insomma, un primo trionfo, un trionfo inaudito; ed io non ne portai le spoglie opime a Giove Feretrio, perchè facevo conto di sgranocchiarmele, appena fossi giunto nel corridoio.

Il mio babbo era là, non troppo scontento, a dir vero, ma ancora un po’ buzzo, come fa il tempo quando non vuol mettersi d’un tratto al sereno.

— È dolce il primo pane che guadagni coi versi; — mi diss’egli, con accento canzonatorio. — Ma non t’ingannare; potrebbe anco esser l’ultimo. —

Io non volevo scapaccioni, cose che in verità non sarebbero state da trionfatori. Chinai il capo sotto la ràffica, e scappai all’aperto col mio buon rocchio di pan di Spagna. Laggiù, mentre lo sgretolavo allegramente, mi venivano certi pensieri di gloria, che me lo facevano parere anche più dolce. «Per una strofetta di quattro settenarii!» dicevo tra me. «Che sarà mai quando farò i quattordici endecasillabi d’un sonetto? o le sei stanze, le otto, le dieci d’una canzone?»