Sonetto e canzone mi ronzarono nel cervello un bel pezzo; ed anche mi provai quell’anno a farne su parecchi argomenti; ma mi riuscivano troppo difficili per la giusta collocazione delle rime. Quanto ai versi, niente paura; ne avevo le sillabe sulla punta delle dita, dove potevo contarle nei casi dubbi; e già avevo messa in endecasillabi sciolti l’Epitome della Storia Sacra. Ne ricordo un verso per l’appunto:
Qui venne a morte Giosìa il gran rege;
un verso cane, anzi un verso da cani, che meritava d’esser legato. Infatti lo sciolto era ancora un osso duro per me. Ma dal giorno del pan di Spagna in poi, quanto durarono i miei studi classici alle Scuole Pie di Savona, feci versi a tutto spiano, di tutte le misure, ogni giorno. Mi fortificavano nel proposito le cortesie episcopali, che non s’erano mica fermate a quella vistosa rotella di torta dolce. Figuratevi che una volta per settimana, e magari due volte, mentre io giuocavo alla palla, e mi era stadio la piazzetta del Vescovato, capitava il buon Tommaso, il vecchio servitore di Sua Eccellenza (mi par di vederlo ancora, con le sue brache corte, le calze nere, le fibbie d’argento alle scarpe e la sua smilza faccia incartapecorita sotto i ciuffetti della parrucca biondiccia), e passandomi rasente mi faceva scivolare tra le mani una palla, spesso nuova, fiammante, ora di cuoio d’una tinta, ora a spicchi di pelle variamente colorata. Monsignore non le faceva fare a bella posta per me, intendiamoci bene. Erano palle sperse, che da una parte o dall’altra, ma più frequentemente dalle spalle del Duomo, in certe volate di giuocatori mal destri, andavano a cascare entro i giardini dell’episcopio. Rimaste là senza padrone, era giusto che si regalassero a me, dopo la scena della Pace. Ma quei regali, che mi riempivano il cuore d’allegrezza, mi procacciarono invidie non poche; ed ebbi allora i miei primi Zoili, e Mevii e Bavii «sine fine dicentes». Nè voglio tacere un’altra cortesia di Monsignore, che quante volte, uscendo a passeggio, m’incontrava per via coi miei libri ad armacollo, mi fermava amabilmente per domandarmi notizia delle mie «dotte fatiche» e con un «da bravo, continua a studiare,» mi dava il piacevol commiato del suo colpettino sulla guancia; specie di cresima transitoria, che non aveva più da imprimer carattere, ma che valeva a confermarmi la sua benevolenza.
Povero mio «pastor Sabazio!» Egli era certamente animato da una buona intenzione, usando cortesia al suo piccolo poeta. Ma se io non mi fossi inuzzolito per quel troppo dolce premio al primo saggio della mia Musa in fasce, tutt’altri guai non sarebbero mica avvenuti; il babbo m’avrebbe avviato al commercio, e magari ci sarei diventato milionario. Dicono che sia così facile! E onestamente, badate, onestissimamente. Si comincia a trafficare; si tiara avanti un bel poco; poi si fallisce, offrendo ai creditori l’ottanta per cento. Abboccano tutti, e promettono a sè medesimi, tanta è la loro maraviglia, di farvi fido per un’altra volta. Voi ripetete il giuoco, s’intende; lo ripetete magari una diecina di volte, sempre col medesimo frutto, del venti per cento in tasca. «Poveraccio!» gridano a gara; «è disgraziato, ma galantuomo. Che si canzona? l’ottanta per cento! chi è che lo dà più, a questi lumi di luna?»
Il mio racconto ha un’altra morale; ed è questa. Ragazzi, studiate, se vi pare; lo studio ha qualche utilità nella vita, e non bisogna poi fidarsi tanto di certi esempi fortunati. L’essenziale è che studiando non vi pigli la manìa di far versi. Guardatevi bene dal primo errore; si sa come si comincia e non si sa.... Cioè, mi spiego, si sa pur troppo dove si vada a finire.
Ceppo in famiglia.
«Ricòrdati che Ceppo si fa in famiglia» mi scriveva mia madre. «E dove mai si è più in famiglia che dal nonno?»
Mia madre ha sempre ragione; ma quel giorno l’aveva due volte. Sicuro, si è più in famiglia nella casa del nonno, quando ci sono intorno a lui le due generazioni, raccolte alla sua mensa. Ceppo è una gran gioia domestica, in cui si associano e si compenetrano due religioni; quella dell’acqua che ci ha battezzati, e quella del fuoco intorno a cui siamo cresciuti. Aggiungete che sotto Natale fa freddo, e quando fa freddo ci si stringe volentieri gli uni di costa agli altri, e volentieri ci si scalda a quel ceppo, che è simbolico quanto si vuole, ma che arde davvero; e si mangia di buon appetito a quella tavolata, dove si è tutti congiunti di sangue, e per un’ora, se Dio vuole, anche d’idee. Quello è il giorno che niente rimane sullo stomaco, neanche il panforte di Siena, e niente dà al capo, neanche la malvasìa di Sardegna.
La mensa del mio nonno materno era celebre per un certo vino del Sinai, dorato come il Cipro, ma anche più asciutto. Gliene ho assaggiato tanto, di quel vino! e non ho date le tavole della Legge sulle corna di nessuno. È vero, per altro, che non mi era mai stato affidato l’incarico di far sentire a nessuno che la legge è dura.
Ma per quella volta, ricevuta la lettera della mamma, non pensai punto al vino del Sinai. Mi si offerse in quella vece agli occhi della mente la vecchia casa del nonno, là sulla marina di Finale, tra la mole giallognola del palazzo Buraggi, che cresceva da levante, e lo smisurato masso ferrigno della Caprazoppa che cresceva da ponente, con la distesa del mare davanti, e con la riva sonante, dove io bambino avevo edificati tanti castelli, contornati di fosso, protetti da sproni, cavalieri e palizzate di ciottoli. Perchè io, grazie al cielo, non ho mai fatto castelli in aria, e sempre ho fabbricato sul sodo. Ma, ohimè, veniva la sera; il mare cresceva, e un maroso più lungo incominciava a seppellirmi la palizzata; un altro, anche più lungo, mi spazzava lo sprone; un terzo mi colmava il fosso; un quarto, più lungo di tutti, mi entrava dai merli, e mi mandava a casa mogio mogio come un pulcin bagnato.