Ed anche il viaggio a Finale, che gioia! Si partiva ogni anno due volte da Savona, con la vettura di Belloro (così chiamato, perchè il suo vero nome era Podestà, e nei nostri paesi non c’era caso che uno fosse chiamato col suo vero nome); si vedeva Zinola, colla sua esposizione di pentole al sole; Vado, coi suoi fortini e la sua rada sicura («statio bene fida carinis», dicevo già io, peccatore precoce di citazioni latine); Spotorno con le sue fornaci di calci e col suo parroco, che pretendeva essere stato là per rifugio il re dei Rutuli vinto da Enea, tanto che rimase alla terra il suo nome: «ultima spes Turni;» e davanti a Spotorno la verde isoletta di Bergeggi, con le rovine del famoso convento di Sant’Eugenio e col suo misterioso tumulo preromano sulla vetta; poi Noli turrita, davanti a cui si suol recitare un verso di Dante, e sulla cui spiaggia io ricorderò sempre di aver salvata la vita ad un pesce. Passavo un giorno di là, nella solita carrozza, mentre alla spiaggia si tiravan le reti. Smontai, curioso, per andare a vedere la pesca miracolosa. Furono magri affari, poichè in fondo alla rete non era rimasto altro che un pesce. Lo comperai. Era una triglia adolescente. «Va» le dissi, gettandola in acqua «cresci e moltiplica». Non so se abbia principio da quella mia liberalità l’abbondanza di pesce sulla spiaggia di Noli.

E poi, dopo Noli e il suo rosso promontorio, la penisola grigia di Varigotti, della rupestre Varigotti, che piace tanto a me, quanto spiacque a Rotari, e alla amministrazione delle strade ferrate italiane. Il primo la distrusse; e questa per molti anni non volle considerarla come rifabbricata. Poi Final Pia, con la sua valle di mandorli, che la fanno parere un paesaggio giapponese alla stagione dei fiori, e col suo bel ponte su cui si faceva la fiera, il giorno dell’Assunzione. Insomma, che dirvi di più? Tutte le gioie di tanti viaggi, concentrate in uno, che io avrei fatto, dopo molti anni d’assenza dalle rive beate della beatissima età. E lo avrei fatto come per l’addietro, quel viaggio, cioè a dire in carrozza; perchè in quell’anno, che fu il 1870, la strada ferrata da Genova a Ventimiglia non era compiuta, e giungeva solamente a Savona. Avrei sentito l’odore dell’argilla fresca sulla riva di Zinola; quello dei rami di pino davanti alle fornaci di Spotorno; quello delle alghe rigettate dal mare alla spiaggia di Varigotti; a farla breve, tutte le fragranze del buon tempo antico. E avrei sorriso per giunta davanti a quell’«Ultima necat» di una certa meridiana di Spotorno, che m’aveva dato tanto da pensare nel mio primo anno di latinità, volendo io tradurre da me, senza chiedere aiuto a nessuno.

Con queste promesse di gioia, partii la mattina istessa del Natale, da Genova, dopo aver dato licenza alla cuoca di andarsene per i fatti suoi. La brava donna mi aveva ringraziato, lieta di far Natale col suo maritino. «Benissimo!» le dissi. «Anche voi farete Ceppo in famiglia. Statemi allegra.»

E m’avviavo alla stazione, con una splendida aurora. Il cielo era di cobalto; l’aria niente fredda; pareva un bel mattino d’autunno. E a nessuno veniva la voglia di viaggiare, quel giorno! Ma già, si capiva, era Natale; e ognuno stava più volentieri a casa sua. Quelli che dovevano andarla a cercare per quella occasione solenne, già l’avevano trovata, essendo partiti la vigilia. Così avvenne che quella mattina, al primo treno, io non avessi altri compagni che cinque o sei viaggiatori di terza classe, due o tre di seconda, e nessuno di prima. Tanto meglio, infine! regnavo da solo nel mio scompartimento «per fumatori».

E non si partiva mai! Chi aspettavano ancora? Io, prima che il treno si movesse, avevo già letto i pochissimi giornali usciti quella mattina, pieni zeppi di fatti varii con tanto di barba, scarsi di notizie politiche e senza ombra di telegrammi. Nei giorni di festa, si sa, e nelle vigilie dei giorni solenni, non accade mai nulla nel mondo, o l’Agenzia Stefani non permette che accada. Finalmente il treno si mosse. E usciti di sotto alla tettoia, povero cobalto dei cieli! s’era fatto grigio; mistura di bianco e nero fumo, per mezzo a cui tremolava cadendo qualche fiocco di neve.

— Ah bene! — esclamai. — È natalizia in sommo grado, la neve; ben venga!

E venne, a mano a mano più fitta. A Sampierdarena i fiocchi apparivano più grossi; a Sestri non eran più fiocchi, ma falde, a Voltri, dov’è tanta fuliggine di camini per la frequenza degli opifici, non si vedeva altro che bianco; ad Arenzano, non so come, la neve mi entrava nella carrozza. L’ebbi per un miracolo, poichè i finestrini erano tutti chiusi, con quel tanto d’impenetrabilità che l’amministrazione delle strade ferrate assicura al suo materiale viaggiante. Miracolo, adunque, e miracolo noioso. Ma infine, ero solo, e potevo sedermi su d’uno dei bracciuoli di mezzo, poichè già dai due lati mi si erano formati dentro lo scompartimento due bei poggi di neve. Ridevo, alla stranezza del caso, e fumavo; fumavo, come un altro Mongibello, con la neve da’ piedi.

Di fuori non si vedeva una spanna più in là, tanta era la furia del nembo. Come si giunse a Savona, calai prontamente, e fuggii dalla stazione, senza fermarmi neanche a domandare per qual ragione mi fosse nevicato in carrozza. Arrivai sulla piazza del Fosso, come si diceva anticamente, con la neve a mezza gamba; e là, senza perder tempo a salutare il mio illustre concittadino Chiabrera, scolpito sul timpano del teatro che porta il suo nome, entrai nell’ufficio dei signori Botta e Passeggi, per ordinare una vettura. Niente vetture. — O come! — Scusi, ma è Natale. — Ebbene, non è dunque possibile viaggiare, nel dì di Natale? Se ci fossero degli ammalati, e il bisogno urgente di un medico? — Verissimo; e si potrebbe anche attaccare per lei, che non è medico; ma con questo tempo? Sarebbe da matti. — Mettete che io sia matto, e fate attaccare; a qualunque prezzo. Venti, vi bastano? — No. — Trenta.... quaranta.... sessanta? — No, neanche per cento. — Ah, per tutti i settecento.... settantasette mila diavoli! come si fa? —

Mi rivolsi ad un crocchio di vetturini, che stavano chiusi nei loro mantelli, su d’un portone, fumando la pipa e meditando sulla tristizia dei tempi. C’era tra essi il vecchio Piuma (così detto perchè veramente di cognome si chiamava Cerisola), il vecchio Piuma, amico mio, che m’aveva conosciuto bambino, e tante volte mi aveva portato, studentello in vacanza, da Genova a Savona, e viceversa. — O Piuma, gli dissi, se dura in cuor vostro una favilla dell’amor primiero, portatemi voi a far Ceppo in famiglia. Anche la mamma, per cui avete tanta divozione, ve ne sarà molto grata.

— Impossibile, — mi rispose. — Non vede che tempo? I cavalli non ce lo farebbero. E poi, dove s’andrebbe? Giù da una balza, di sicuro, a far Natale coi pesci. Una cosa posso fare, e la faccio di cuore.... invitandola a venire a far Ceppo da me. —