Ringraziai, non intenerito, e andai a rifugio sotto i portici della via Paleòcapa. Non mi piaceva restare sul Fosso, dove ero già la favola di tutti i vetturini. Ma là, sotto i portici, diventai presto la favola di cento amici d’infanzia. — Come tu qui, oggi? che buon vento? Ah sì, cattivo, non è vero? Poveraccio! e volevi andare a far Ceppo in famiglia? Abbi pazienza. Un’altra volta partirai la vigilia. Vieni da me, a far Natale. Da me! da me! Si vuol ridere! —

Ah, sì? ridere? niente affatto; riderete da soli. E liberatomi da tutti gli inviti, da tutte le canzonature, andai alla stazione, dove aspettai il treno delle quattro, che doveva riportarmi a Genova. Al nonno e alla mamma avevo mandato un telegramma, raccontando la mia disgrazia. Quello partiva, almeno; quello andava a far Ceppo in famiglia.

Alle quattro, santa puntualità, il treno si mosse. Anche quella volta fui solo. Il ritorno fu peggiore dell’andata. La neve continuava a penetrare nello scompartimento, e faceva i suoi mucchi; ma io non fumavo più, perchè avevo oramai consumata la provvista dei sigari; e i tabaccai di Savona, come quelli di ogni altra terra italiana, facevano Ceppo in famiglia; donde la necessità di tener chiuso l’appalto, più ermeticamente d’una carrozza di prima classe. Ah, il mio ritorno! Se io son pure arrivato a Genova, n’ho debito alla cortesia del tempo, che fece strada con me.

Giunsi intorno alle sei. E là, sul lenzuolo bianco della piazza Acquaverde, non c’era altri che Cristoforo Colombo, occupato con una mano a scoprire l’America, e coll’altra a reggere un’áncora. Non poteva, per conseguenza, indicarmi una vettura di piazza. Non ce n’erano, del resto; ed io, per la strada più corta, in un’ora di stenti inauditi, mi trascinai fino a casa, con la neve fin sopra al ginocchio.

Abitavo nella via di San Luca, figuratevi! Pure, poichè volere è potere, ci giunsi, e indovinai anche il portone, ma senza toccare la bella soglia di rosso antico, che due palmi di neve sottraevano alla vista e alla cupidigia degli inglesi. Gli inglesi, si sa, voglion comperare tutto a peso d’oro; e sono i ciceroni che lo affermano. E a Genova, tra le cose che gli inglesi vogliono sempre comperare a peso d’oro, ci sono i leoni dell’Università, il portale del palazzo di Andrea Doria in piazza di San Matteo, e la soglia del mio portone in via San Luca. Dico mio, così per dire; ma qui l’aggettivo non è, a rigor di termine, possessivo; non indica o piuttosto non indicava altro che l’uso, il diritto di passaggio.

Quando fui alle scale non ne potevo più dalla fatica, e fu miracolo davvero se mi arrampicai fino al terzo piano, dov’era il mio quartierino. E là, niente cuoca; niente cucina; niente sotto la mano, da mettere sotto il dente. La cuoca io l’avevo mandata a far Ceppo in famiglia; nè mai avevo posto piede in cucina, e non sapevo dove la brava donna tenesse in serbo la roba. Mi sarei contentato di così poco! Una crosta di pane, a quell’ora, mi sarebbe parsa la man di Dio.

Potevo escire, e andare alla ventura, o in qualche osteria, o da qualche famiglia d’amici. Ma con quel metro di neve! conciato com’era! e come mi avrebbe conciato dell’altro quella bianca poltiglia, se pure avessi avuta la forza di mutar abiti! E poi, non avrei fatto ridere a Genova, come avevo fatto ridere a Savona? Ceppo in famiglia! Sì, ancora una volta, Ceppo in famiglia. Dovevo starci, e ci stetti. E digiunai, per conseguenza.

Solo il mio spirito si era nutrito, quel giorno; solo il mio intelletto si era arricchito di una cognizione utile, raccolta dai frenatori, alla stazione di Genova. Quando nevica così fitto, non basta tener chiusi i finestrini; bisogna chiudere ancora gli sfiatatoi.

Ma tutto ciò non fece tacere gli stimoli di una fame da lupi. Ed anche ora, quando ci penso, quella fame io la vedo; e riconosco facilmente di non avere nessuna disposizione per seguire l’esempio del Succi.

Camene ligustiche.