I miei genovesi della nuova generazione respirano bene, quando vanno passeggiando sui larghi marciapiedi della via Roma, aperta per essi in una collina di tufo, attraverso alle viottole di Piccapietra e delle Fucine. Respirano meglio, quando giungono sulla gran piazza, a cui non si è ancora pensato di dare un gran nome; nella gran piazza, io dico, inquadrata nel verde di due colline in declivio, dove hanno da ammirare tanta ricchezza di piante, tanti bei giuochi di luce, mentre Vittorio Emanuele li saluta cortesemente dall’alto del suo cavallo di bronzo, avendo l’aria di dire: «Avanti, signori, senza cerimonie, vadano dove vogliono. Dietro a me si aprono a ventaglio tre vie, anzi quattro, anzi cinque, tutte signorili ed ariose. Possono anche salire di qua, sulla loro diritta per andare all’Acquasola; ma io, se permettono, consiglierei di prendere a mancina, per di qua, dove si sale alla Villetta, dietro al mio amico Mazzini».

Respiro anch’io, accettando il consiglio, e volgendomi alla Villetta; ma cambio facilmente il respiro in un sospiro tanto fatto. Quei viali, quei sentieri, quelle redole che si vanno inerpicando lassù, erano campo, anzi labirinto, alle passeggiate romantiche d’un tempo che fu; del tempo in cui le signore genovesi amavano ancora portare il pezzotto, quel velo d’aria tessuta che le rendeva così belle, come si può vedere e giudicare dall’ultima che si ostina nobilmente a portarlo, lassù, nella chiesa dell’Immacolata, e in un quadro di Nicolò Barabino.

Sui giardinetti dell’Acquasola, come allora si chiamava quel poggio, incombeva lo sprone di una fortezza; quello sprone oggi mutato in una rupe artificiale, dove l’acqua della Scrivia è salita per darci l’illusione di una cascata, e far prendere, dicono, una boccata d’aria sana ai suoi dolci microbii. La fortezza è sparita; la Villetta che c’era dentro s’è trasformata in un parco di piante esotiche; il palazzo che era fabbricato nella Villetta, e che offriva un nobile asilo alle Muse nella prima metà di questo secolo morente, non ha più il suo cultore, il suo poeta, «Musarum sacerdos»; ma non si può dire che abbia mutata del tutto la sua destinazione, se si è trasformato in Museo. In mezzo alle palme, che lo nascondono agli occhi della gente, il civico Museo di Storia Naturale è sempre, e forse più di prima, una bella cosa; è l’oasi scientifica della prima città commerciale del regno.

Quanto intelletto d’amore ha presieduto alla fondazione di questo Museo! Tutti coloro che ci hanno lavorato, e hanno dovuto lasciarlo, ne sentono la nostalgia: ci pensano vivendo, se ne ricordano morendo. Perchè ivi è una sola colonia felice di studiosi, capitanata dal marchese Giacomo Doria, uno scienziato valente e modesto, diventato celebre a suo mal grado, che un bel giorno il Senato e la presidenza della Società Geografica sono venuti quasi contemporaneamente a sequestrarci, come gloria italiana, e non solamente di Genova. Io non racconterò la vita di Giacomo Doria. Dal viaggio in Persia ad oggi sono passati circa trent’anni, tutti spesi ad esplorare, a raccogliere, a studiare, a classificare le men conosciute specie zoologiche, a trovarne di sconosciute, a dar notevoli contributi alla scienza, fuor d’ogni aiuto governativo e quasi d’ogni plauso del pubblico. Il Museo, che finalmente col concorso del Municipio genovese il Doria era riuscito a fondare, dopo averci speso oltre a centomila lire del proprio, è il deposito ordinato di veri tesori scientifici; gli «Annali del Museo Civico di Storia Naturale» di Genova, diventati per tipi, tavole e importanza di memorie, una delle prime pubblicazioni zoologiche d’Europa, ne sono la illustrazione continua. Il dotto e benemerito uomo è stato fatto anche consigliere, assessore municipale, poi sindaco della sua città natale.

Da tutti questi uffici egli è uscito, per sua grande fortuna. Così almeno mi pare. Alla patria, finalmente, si può servire in più modi; e il migliore, per mio avviso, è quello che non dipende dal voto di qualche milione d’elettori. Eletti, rieletti, non più eletti, siete in balìa delle turbe e dei loro mutevoli criterii. L’ingegno, se ne avete, non ve lo levano le urne; non ve lo dànno, se ne patite difetto. Io anzi porto opinione (e non soffro osservazioni, soggiungeva quel tale) che più un uomo vale per sè medesimo, e più sia disadatto agli uffici elettivi. C’è dissidio mortale tra il valore intrinseco di un uomo e i criterii estrinseci di mediocrità tollerata, per cui si mandano gli uomini alle sommità del potere. E questo sia detto senza intenzione di offender nessuno. Perchè infatti, lo riconosco ancor io, qualche volta gli elettori s’ingannano; e allora scambio di scegliere i lor soliti mediocri, che è che non è, vi mandano alle assemblee deliberanti (crepi l’avarizia!) un certo numero d’uomini d’ingegno. Su questo errore è fondata anzi la maggior fortuna che in certi periodi storici sembra assistere la politica, la finanza e la coltura intellettuale di un popolo.

Giacomo Doria ha fatto miracoli, lassù, nel museo della Villetta. Si dice elitticamente la Villetta, e si sottintende la Villetta Di Negro. Da principio, come vi ho detto, non era neanche una villetta, ma un fortilizio eretto dalla eccelsa Repubblica a proteggere uno degli angoli settentrionali delle mura di Genova; quelle, io dico, della penultima cinta, che fu del secolo XV. Il forte, se ben ricordo, si chiamava di San Giorgio. Era fuori dalla città; ora c’è proprio nel cuore, poichè, senza contare l’ultima cinta, condotta nel Secento sulla vetta dei monti, l’abitato della città si è esteso anche in alto, e molte strade s’inerpicano alle spalle della Villetta; prima tra le quali la bellissima via di circonvallazione a Monte.

Gl’inutili avanzi del forte furono nel 1805 comperati dal marchese Gian Carlo Di Negro. Il quale mutò la piattaforma del castello in un belvedere; e più giù, in mezzo al verde, alla vista del mare e dei diecimila tetti di lavagna della sottoposta città, edificò la sua palazzina, «ospizio delle Muse». Lui morto, il Municipio comperò la Villetta; e l’ospizio delle Muse, lasciate solamente in piedi le mura maestre, ridotto di dentro a più ordini di gallerie, fu tramutato in Museo. Come vedete, siamo sempre lì con le Muse.

Quando io vado lassù, pei viali aperti a pubblico passeggio, penso sempre a Gian Carlo, mia conoscenza di quaranta e più anni fa. Io ero giovinetto, ed egli stravecchio, quando andai la prima volta in casa sua. Ignoto ed infelice cultore delle Camene, volli conoscerlo anch’io, facendomi presentare da Enea Gardana, un esule bresciano, famoso dilettante di chitarra. Così il buon vecchio patrizio potè credermi un seguace d’Euterpe, anzi che di Calliope, o d’altra delle vergini Castalie. Gli bastò forse il sospetto, e non mi chiese nulla delle mie occupazioni.

Alla mia età, che cosa potevo aver fatto, che meritasse di ragionarne? Sapevo ascoltare, e fui bene accolto. M’invitò anche a pranzo; ma seppi schermirmene, per gran paura che avevo. Ai pranzi del marchese Gian Carlo andavano letterati magni; ad ognuno dei quali, via via che morivano, egli faceva erigere un busto di marmo, su pei viali del suo piccolo Pincio.

Il marchese Gian Carlo di Negro era un curioso tipo di gentiluomo, poeta e protettor di poeti. La protezione, intendiamoci, non andava oltre i pranzi, che avevano principio e prendevano il nome dal solito «piatto di ravioli», un piatto che il suo cuoco aveva fama di preparare assai bene. La sala da pranzo non era vasta: i commensali erano pochi ma scelti. D’italiani ci passarono, nel corso di mezzo secolo, il Monti, il Perticali, il Giordani, il Gagliuffi e tant’altri, tra i quali anche Luigi Biondi, oggi dimenticato, forse a’ suoi tempi famoso verseggiatore. Di stranieri, poi, quanti illustri ne capitavano a Genova: noto, dei francesi, il Méry e Paul de Musset, fratello ad Alfredo: ma la serie incominciava con nomi di maggior levatura; per esempio con quello della signora di Staël.