Gian Carlo faceva versi, a tutto spiano, e li leggeva volentieri a’ suoi ospiti. Da giovane aveva scritto molto in francese, ed amava spesso citare un suo «petit Carême» che non m’è mai avvenuto di ritrovare dai librai, e neanche sui muricciuoli. Di versi italiani ne aveva moltissimi, per ogni occasione; ma più specialmente epigrammi. «Epiglammi» diceva lui, che, o fosse per vizio naturale o per la perdita dei denti, non riusciva a proferir l’erre. Ne aveva scritti ottomila, tutti rimasti inediti, nè so dove siano andati a finire. Parecchi erano felici, ma tutti innocui: così poche punte aveva lo spirito del benigno signore! Vissuto coi cigni, con le aquile, e magari coi passerotti, volava come poteva.
Ho detto ch’egli leggeva volentieri i suoi versi; ma, cortese com’era, convitava spesso gli amici per sentir leggere gli altrui. Un giorno, dopo il ’40, si era sparsa la voce che Lorenzo Costa da Beverino avesse data l’ultima mano al suo aspettato poema in dieci canti, il «Colombo». Ma qui, prima di andare avanti, bisognerà fare una lunga parentesi, e dirvi qualche cosa dell’autore del «Colombo».
Era un altro bel tipo, quel Lorenzo Costa, da Beverino, com’egli usava firmarsi, prendendo nome dalla terra dov’era nato, nel 1798, e donde era venuto a vivere in Genova. A vederlo passare per via, alto, di grandi spalle, tutto d’un pezzo, incravattato, accigliato, si sarebbe detto un presidente dell’eccellentissimo Senato. Non guardava nessuno, e non si avvedeva di essere guardato; aveva quasi sempre qualcheduno in compagnia, o prete o secolare, con cui parlava rado, a parole pesate, senza volgere il collo intirizzito. Gran galantuomo, cattolico osservante, sacrificava tutto il santo giorno alle Muse; anche per istrada pareva intento ad ascoltare quello che gli bisbigliavano le Pimplee nelle orecchie, ispide di peli come le grandi sopracciglia olimpiche. Le Pimplee potevano dettargli in greco, poichè egli aveva bene imparata la lingua dell’Ellade; ma più volentieri le faceva cantare in latino: testimoni un «Theatrum Genuense», carme esametro ispirato dalla apertura del nuovo teatro Carlo Felice, e un poema sulle gesta di Andrea Doria, che poi non condusse a compimento. Ma presto alle Muse latine sottentrarono ispiratrici le italiche, facendone fede un «Inno» a Nicolò Paganini, di cui mi par utile riferirvi la descrizione di una serata musicale del grande violinista, col pubblico che fa silenzio nell’apparire di lui.
. . . . . . . attesi
Stanno gli sguardi nella man, che impugna
Il magico istrumento, e innamorato
L’animo corre degli orecchi al varco.
Ei, dagli atti spirando e dal sembiante
Tutta l’aura del Dio che lo governa,
Procede a mezzo della scena e rompe