Ed egli meritò la fiducia delle famiglie, candido dell’animo e dei costumi, garbato nel discorrere, misurato nei modi, serenamente amorevole, pieno di dottrina non pedantesca, dotato di finissimo gusto in ogni cosa. Era curioso il suo modo di esercitare le alunne alla composizione italiana. Tutte le mattine, uscendo dal suo quartierino di piazza delle Erbe, pagava il suo tributo alla politica, comperando un giornale. Leggiucchiava camminando: giunto alla prima stazione del suo quotidiano viaggio didattico, metteva il giornale sotto gli occhi alla gentile alunna, facendole leggere ad alta voce un articolo di fondo, una corrispondenza politica, una notizia cittadina, una cronaca d’arte, quel che gli capitava, o che per certe ragioni gli aveva fatto più senso. L’alunna doveva leggere a garbo, magari correggendo gli errori di stampa, ed anche quelli di interpunzione, che non erano tutti da imputarsi ai tipografi: doveva pronunziare italianamente, levandosi via via i difetti della pronunzia dialettale, dar con le pause, con le spinte di voce, con l’accento vibrato o dimesso, i giusti coloriti al discorso. Inoltre, e sopra tutto, doveva trovare in che punti lo scrittore avesse errato nelle proprietà della lingua, nella purità dei vocaboli e nella sincerità delle locuzioni, nel gusto delle frasi, nella proporzione dei periodi, nell’equilibrio delle parti; dove avesse detto troppo, dove troppo poco, e dove, anche in molte parole, un bel niente. Il professore, come potete immaginare, guidava lui questa diligente ricerca del pel nell’uovo, uscendo qua e là in certe sue volate di storia antica e moderna, d’arte, di scienza, d’usi e costumi, e di tutto ciò che gli paresse opportuno. E qualche cosa di tante lezioni svariate restava naturalmente nella memoria dell’alunna, a cui spesso pareva di aver trovato lei stessa ogni cosa; e questo era certamente il maggior frutto di un simile insegnamento. Ma il giornalista, poveraccio, era fatto il più delle volte a pezzetti. La cosa dev’essere capitata anche a me; tante volte mi son sentito fischiare gli orecchi!
— Ti ho pagato il tributo! — mi gridava egli qualche mattina, da un marciapiede all’altro della strada, agitando comicamente in aria il giornale scritto da me.
Povero amico! lo vedo ancora, amante del grigio nei calzoni, del bianco nella sottoveste, del lionato chiaro nel soprabito, colori che si confacevano alla tinta dei capelli tra il biondo antico e il bianco moderno, irremissibilmente tagliati fino alla cotenna. Era di bella statura, non regolare di lineamenti, ma piacente di aspetto, con quella sua faccia socratica, vivacissimi gli occhietti grigi sotto le sopracciglia foltissime, bianco rosata la carnagione, alta la fronte e nocchiuta, prominenti gli zigomi, un po’ ristrette le guance ai lati della bocca, che appariva assai bella per la candidezza dei denti e il vermiglio tenero delle labbra carnose, tra due baffettini ancora timidamente biondeggianti e una barbettina corta, ristretta alla curva del mento. Gaio compagnone, ma senza follìe, come si conveniva alla età matura, pronto alla celia, facile al garbato epigramma e disposto a gradirlo anche quando fosse rivolto contro di lui, era di tutte le feste, di tutte le scampagnate; amava la compagnia dei giovani, e per la freschezza dei sentimenti, per la giocondità delle idee, per l’amabilità del discorso, pareva sempre tra questi il più giovane.
La mia amicizia con lui aveva avuto uno strano principio. Ci conoscevamo da un pezzo, per la frequentazione costante al teatro di musica, per la comune amicizia con Angelo Mariani; e ci salutavamo, barattavamo all’occorrenza qualche frase, ma senza intimità, e ci davamo del lei. Avvenne che io perpetrassi un delitto letterario, un sonetto, per la serata di una prima donna; l’unico, se la memoria non mi tradisce, certamente l’ultimo della mia vita. La prima donna era giovane, brava e promettente; ma credo che non abbia fatto carriera, perchè dopo uno o due anni non ne ho più sentito parlare. Bellissima com’era, mutò certamente la cara libertà del palcoscenico con una più cara servitù matrimoniale; viva la faccia sua, e siano stati figli maschi, com’è da augurare a tutte le donne belle, per il miglioramento della razza italiana. La diva era venuta a Genova con parecchie commendatizie, una fra l’altre per me. Avevo fatta la mia visita, e conosciuta in lei una rispettabilissima persona; l’avevo presto ammirata in due spartiti vecchi e in uno spartito nuovo, opera di un amico mio, che ebbe il torto di addormentarsi poi sugli allori. Tutti questi erano stati per me motivi sufficienti a delinquere. Il sonetto, debitamente stampato e distribuito in teatro col solito volo dei foglietti dalla piccionaia, aveva questa chiusa:
«o ben nomata
Angelica nel canto e nel sorriso».
Non rammento altro, dei miei quattordici versi; ma rammento benissimo che non avevo firmato, stampando, e che non avevo creduto necessario di vantarmi dell’opera mia presso la gentile artista. Il Bancalari, poeta del teatro, fu creduto a bella prima l’autore, e ricevette quella medesima sera i ringraziamenti della diva. Lì per lì, non avendo ancor visto il sonetto, non aveva capito, nè saputo che rispondere; poi, letto il foglio, era rimasto più impacciato che mai, non osando correr da lei per dirle: badate che io non ci ho colpa. Lo disse, veramente, qualche giorno più tardi; ma per allora, fortemente turbato, sospettando che fossi stato io l’autore dei versi, era venuto da me per raccontarmi ogni cosa e scusarsi di non aver saputo chiarir subito la faccenda, di non aver dato a Cesare....
— Quel che è di Giulio! — diss’io, interrompendolo. — Senta, anzi, senti; poichè questo segreto ci fa complici, potremo darci del tu. Ho riletto il mio sonetto a mente fredda. È una birbonata, e tu certamente non puoi esser contento che si attribuisca a te. Quanto a me, son ben felice che non si sappia chi ha scritto quei versi. Così potessi esser io l’autore dei tuoi!
— Quali? — esclamò, rizzando la testa e spalancando gli occhietti grigi.
— «Elisa....» — incominciai. — «Elisa, ricorda....» —