Fece l’atto di dar nelle furie; ma si trattenne tosto; finì anzi con ridere.

— Anche tu! — diss’egli. — Anche tu li sai?

— E chi non li sa, quei due versi maravigliosi? «Cui non dictus Hylas puer et Latonia Delos?» —

Ecco la storia dei due versi di Domenico Bancalari. Questa si collega all’altra del valzer cantabile di Luigi Venzano; ne è veramente la coda, come ho già avuto l’onore di dirvi; e tralascio per lei di finirvi un dialogo che può avere la sua importanza per me, ma non ne avrebbe nessuna per voi.

La stagione invernale del 1849-50 volgeva al suo termine: ancora un paio di settimane, ed Elisa Gassier, la vezzosa cantatrice, sarebbe partita da Genova. Luigi Venzano, il cui valzer ella aveva così deliziosamente cantato, voleva dimostrarle la sua gratitudine scrivendo qualche cosa sull’albo di lei: una romanza, una barcarola, un madrigale, od altro di somigliante, in cui potesse svolgere un pensierino musicale, che avrebbe certamente trovato nella sua giovane fantasia. Egli apparteneva ad una scuola artistica, per la quale

«Musica e poesia son due sorelle

Consolatrici delle afflitte genti»

e credeva che quelle due sorelle non dovessero andar mai scompagnate, obbedendo in ciò al loro antico destino, che le aveva fatte nascere ad un parto. Così, appena gli fu venuta l’idea di scrivere il suo madrigale, od altro che fosse per riuscirgli, il maestro Venzano non ebbe più pace: voleva i versi: gli occorreva il poeta.

Il poeta, per fortuna, lo aveva sotto la mano. Quella medesima sera lo avrebbe trovato in teatro, andando alla prova dell’opera con cui si chiudeva la stagione. Quando giunse in orchestra, vide infatti il Bancalari, che si aggirava tra i crocchi del palcoscenico, distribuendo le sue eterne pasticche. Anch’egli, il Venzano, lasciato il violoncello ancor nella cassa, scavalcò lesto la ribalta e salì sul proscenio; prese l’amico per un braccio, lo trasse in disparte, e con la sua aria più misteriosa gli disse:

— Menico mio, tu dovresti farmi un piacere....