Il musicista si allontanò, avendo ottenuta la promessa formale. Seduto sul suo sgabello in orchestra, e voltandosi di tratto in tratto a sbirciare con la coda dell’occhio di sopra la sua spalla sinistra, poteva vedere il poeta a lavoro. Domenico Bancalari aveva cavato di tasca il taccuino con la sua brava matita, e un po’ a capo basso, un po’ con gli occhi in aria, come è dei poeti, quando alternano i sorrisi dell’estro con le invocazioni alla Musa, cogliendo quelli al varco in quattro segni di scritto e rinnovando queste ad ogni triste pausa del soffio divino, faceva il debito suo, là, tra la prima quinta di sinistra e il gran pilastro della bocca d’opera, sui due piedi, come aveva promesso, anzi sopra un piede solo, poichè aveva posato l’altro sul piano impagliato di una seggiola, per farsi scrivanìa del ginocchio.
La prova era incominciata; andò avanti, ora alla svelta, ora a riprese, come tutte le prove. Ad ogni pezzo, voltando la testa alla sua manca, il maestro Venzano vedeva il poeta, sempre al medesimo posto, col taccuino sul ginocchio, con la matita in pugno, alternare i suoi gesti, veramente di significato un po’ dubbio, tra l’ispirazione e la stizza. Si sa, non è sempre benigna la Musa, e non offre sempre facilmente la rima ai poeti. La prova finì, come finiscono tutte le cose di questo mondo; ed anche il poeta aveva finito, poichè, quando il musicista ritornò sul palcoscenico, egli stava per appunto levando il taccuino dal ginocchio e il piede dal piano impagliato della seggiola.
— Eccoti i due versi; — diss’egli, con accento burbero, quasi ringhioso, porgendogli il foglietto, strappato allora allora dalle carte del suo taccuino.
— Ah, bene! grazie! — rispose Luigi Venzano, dando una rifiatata di contentezza.
E corse subito con gli occhi al foglietto che aveva preso tra mani; e l’aria di giubilo che gli si era dipinta sul viso andò subito dispersa in un gesto d’ingrata maraviglia.
— Soltanto due! — esclamò.
— Due, certamente; — disse il poeta. — Non me ne hai chiesti che due.
— Dicevo due; ma potevano esser quattro, sei, anche otto; — replicò timidamente il musicista. — Un pensiero musicale ha bisogno di tutti i suoi svolgimenti.
— E tu svolgilo, ripetendo i due versi. Quante volte non si è fatto ciò, in musica!
— Capisco, sì, capisco. Si può andar molto lontano, con due versi. Ma io mi aspettavo tutt’altro. Sei stato qui tre ore ritto impalato a scriverli.