— «In tenui labor;» — replicò sentenzioso il poeta.

Il maestro Venzano, frattanto, accostatosi ai lumi della quinta che l’impresario non aveva ancora pensato a far spengere, mise gli occhi curiosi sul fresco parto dell’amico poeta. Ecco i versi, i due versi maravigliosi che lesse:

«Elisa, ricorda

L’amico Venzano».

E nient’altro, Dei immortali, nient’altro.

— Bella roba! — gridò il musicista, stizzito. — A far questo ero buono ancor io. —

Il poeta era di ottima pasta; ma, come tutti gli uomini di ottima pasta, aveva i suoi momenti cattivi. Andò in collera, si rivoltò, come voi, come me, se fossimo poeti, o serpenti, e qualcheduno ci pestasse la coda.

— Vedi? — proruppe egli, con voce sibilante di sdegno. — Vedi che non capisci niente? e quando te lo dice qualcheduno, non te ne vuoi persuadere. Andate a far servizio alla gente!... alla gente che non capisce! Già, sempre così; «A cui Natura non lo volle dire — Noi dirian mille Rome e mille Ateni». —

L’altro seguitava a guardare il foglietto, e ripeteva a mezza voce, torcendo anche un tantino la bocca:

«Elisa, ricorda