L’amico Venzano».
— Ignorante! — gridò il poeta inviperito. — Non sai neanche leggerli.
— Io? e come van letti, di grazia, perchè sembrino un’altra cosa?
— Tu l’hai detto: perchè sembrino un’altra cosa. E ci vuol poco, quel poco che manca al tuo raziocinio. Dammi qua; — proseguì il poeta, strappandogli il foglietto di mano. — Ecco in che modo van letti. Un po’ d’anima, per bacco; una scintilla del fuoco sacro, che non alligna nella tua testa di rapa. Elisa!... Questa, per tua norma è un’apostrofe. Non sai che cosa sia, l’apostrofe? È una figura rettorica, nobilissima figura, con la quale si rivolge il discorso a cosa animata, o inanimata, che abbia lì per lì colpita la mente. Qui è una cosa animata, è Elisa, Elisa a cui ti rivolgi, perchè essa ti ha colpito, perchè vuoi essere inteso da lei, e le domandi ascolto. L’apostrofe domanda, nella lettura, un accento gagliardo, d’invocazione sopra tutto, ed anche, come ne è qui il caso, di passione rattenuta; mettendoci tutta l’anima tua, Eee.... lisa! E poi viene il ricorda; dopo l’invocazione la domanda, ciò che tu speri, ciò che tu implori da lei. Anche qui, dunque, un pochino di sentimento; rii.... corda! Ma chi deve ella ricordare? l’amico. E qui, fàtti modesto, per indicare questo titolo che invecchi, per essere ricordato da lei. Questa parola «amico» tu devi proferirla con un accento più tenue, che vada smorzandosi, morendo nell’altra parola, nella parola finale: «Venzano». —
Luigi Venzano stava ascoltando, ma niente persuaso da tutta quella cicalata.
— Mi par sempre la medesima scioccheria; — osò dir egli, come l’altro ebbe finito. — Dov’è il pensiero poetico che io ti domandavo? Questa è prosa, finalmente.
— Prosa! lo dici tu, ignorantissimo uomo. Se fosse prosa, potresti tu parlare alla signora in questa forma audacissima, dandole così liberamente del tu? Diresti, m’immagino, press’a poco così: «Signora Elisa, la prego, quando sarà lontana, di ricordarsi degli amici, tra i quali io non sono certamente il meno devoto». Oppure: «Signora Elisa, io spero che Lei, quando avrà lasciato la nostra città, voglia ricordarsi qualche volta della mia modesta persona: non merito tanto, lo so; ma infine, la sua squisita bontà....» E qui una dozzina delle solite stupidaggini, di cui è fatta la prosa corrente. In poesia vai più svelto, come vedi.
— E non le dico niente; — ribattè Luigi Venzano.
— Niente! e da capo! Quest’uomo è veramente diverso d’ogni costume. C’è tutto, per tua norma, qui dentro; c’è tutto il necessario, non una parola di meno, non una parola di più: il sommo dell’arte! Non dovrei vantarmi da me; ma sei tu che mi tiri pei capelli. Infine, ragioniamo. A chi ti volgi, col tuo pensiero musicale? A lei. Chi è lei? Elisa. Inutile che tu soggiunga il casato della signora, poichè scrivi nel suo albo, che non è quello di un’altra; ne convieni?
— Ne convengo.