— Dunque, dicevamo, Elisa. E non puoi dirle altro che Elisa; non puoi metterle di costa il più magro degli epiteti, che sarebbe sempre una libertà troppo grande, e ti farebbe passare per un fatuo, agli occhi suoi e dell’universo mondo; me convieni?

— Ne convengo.

— Oh, santa pace! e allora ci siamo. Che cosa le domandi tu, ad Elisa? Non già che ella ti ami. Queste cose si chiedono a voce, se mai, perchè ti rida lei sul muso; non si mettono in carta, perchè ti ridano gli altri alle spalle. Del resto, un cavaliere di garbo non domanda che un pensiero. È già molto, sai? Ora, poichè ella parte, questo pensiero è facilmente, naturalmente, un ricordo. Eccoti dunque giustificato il «ricorda». Ma chi deve ella ricordare? L’innamorato?

— Eh via! chi ti ha detto che io ci abbia di queste intenzioni?

— Ho piacere che tu stesso lo intenda. Del resto, non si potrebbe metter la parola in un albo, che può andare per tante mani. L’amico, dunque, l’amico. Ed eccoti per l’appunto questa parola necessaria: «l’amico». Ma chi è questo amico? Ce ne son tanti, di amici! Bisogna dunque specificare. Specifichiamo l’amico. Luigi, lo capisco benissimo; tu avresti voluto metter Luigi, ed anche con la sua brava dieresi: Lüigi. Ma sai che sarebbe stata un’audacia singolare, un’audacia strana, inaudita! In quella vece, il cognome, nient’altro che il cognome. È usuale; è di buon genere; Venzano!

«Elisa, ricorda

L’amico Venzano».

C’è tutto; — conchiuse Domenico Bancalari con aria di trionfo; — non una parola di più, non una di meno; il sommo dell’arte, come ho l’onore di ripeterti, è sommo dell’arte. E tu dicevi che non c’è niente! Dillo ancora se l’osi.

— Non l’oserò; — rispose rassegnato Luigi Venzano. — Ma ti giuro che andrò a farmi fare due versi da un altro. —

Il poeta non ci vide più lume.