— E vacci, in tua malora, — gridò, — e trovalo, che ti faccia un centone di frasi, in cui annegare il tuo pensierino musicale, povero pulcino tisico, sgusciato per carità! Io potrò sempre dire col profeta: «Curavimus Babylonem et non est sanata, derelinquamus eam». —
In quel punto si accostò un inserviente.
— Signori, se hanno finito, si spenge.
— Sì, spegni pure, abbiamo finito; — brontolò Luigi Venzano.
I due amici si avviarono all’uscio del palcoscenico, per infilare il corridoio dei palchi di prima fila. Ma quella sera, usciti dal teatro, non cenarono insieme. Domenico Bancalari svoltò da un canto, e Luigi Venzano dall’altro.
Ritrovò questi il poeta che gli facesse il centone? Non ne ho raccolto memoria. Per saperlo, bisognerebbe vedere nell’albo di Elisa. Comunque sia, la eminente cantatrice partì da Genova, e uscì più tardi dall’arte, ignorando quell’episodio della sua gloriosa carriera, e come per lei, innocentissima causa, due vecchi amici restassero una settimana imbronciati.
Poveri vecchi amici, andati via via dove andiamo tutti, a dormire il gran sonno! Quante volte non lo abbiamo perduto insieme, il sonno, facendo l’alba in un quartiere o nell’altro della città, per accompagnare a casa or l’uno or l’altro di noi! E quante volte, o Domenico Bancalari, o Luigi Venzano, non vi ho io tormentati con la storia dei versi ad Elisa! Ma niente di male, in fin dei conti; ridevate, e per un’ora almeno ridiventavate giovani anche voi.
C’è nei lieti ricordi evocati una gioia che trabocca dall’anima dei ricordatori, per trasfondersi nell’anima di un’intiera brigata. Io, quando mi trovo in compagnia di vecchi che amino ricordarsi e raccontare, provo un gaudio estetico singolarissimo ad entrare nella memoria loro, a stuzzicarla, come si fa col fuoco in un camino, per vedere la gioconda fiammata di gioventù, che traluce dagli occhi, colora le guance, anima il gesto e l’accento. Perfino le carni riprendono il loro vigor giovanile, in questa specie di valle di Giosafat, dove le rimembranze avvizzite son pronte a risorgere, senza suono troppo fragoroso di trombe.
E ne stuzzicavamo, dei fuochi illanguiditi, nelle notti dopo lo spettacolo, al secondo piano di quella trattoria del teatro Carlo Felice, intorno ad una gran tavola che aveva la fortuna di parer sempre troppo ristretta! Ci passarono tutti, là dentro, italiani e stranieri, artisti, poeti, scrittori, uomini politici ed amministrativi, soldati, mercanti e fannulloni emeriti, che sentivano il bisogno di un’ora di espansione amichevole. Ce n’era uno, per verità, che non voleva espandersi, ma concentrarsi: il povero Giuseppe Rota, il famoso autore dei «Bianchi e Neri», del «Giocatore» e di tante altre azioni coreografiche, rimaste nella memoria del mondo come vere opere d’arte. «Amici, concentriamoci» era il suo grido. Angelo Mariani, il musicista insigne, il celebrato direttore d’orchestra, ammetteva la concentrazione, ma non voleva si dicesse «amici», parola secondo lui abusata tra i popoli; pretendeva che si dicesse «amichi» perchè c’era l’idea, ma rinnovata, rinfrescata, rinvigorita da qualche cosa di più. Un’acca, sicuramente. E gli «amichi» in quelle ore ne trovavano delle carine. Luigi Venzano, ad esempio, inventò il trionfo di Luigi Saccomanno, dopo la serata di questo egregio cantante, che aveva creata in Genova la parte di Mefistofele nel «Faust» del Gounod.
— Senti, — era andato a dirgli in camerino tra un atto e l’altro il Venzano, — gli «amichi» non hanno voluto darti fiori, che son riserbati alle prime donne; non allori, che stanno bene dai salumai; non bottoni di brillanti, che stanno meglio nelle vetrine dei gioiellieri.