— Che! che! — gridò il Saccomanno. — La vostra «amichizia» mi basta.

— No, questo no, è troppo poco; — riprese il Venzano. — Ma che ne diresti di una cena, preceduta dagli onori del trionfo?

— Vada per la cena; — disse il baritono. — Tanto la faccio ad ogni modo, e sarà tanto di risparmiato: ma il trionfo.... Credi proprio che io l’abbia meritato? Basta, fate voi altri.

— Vedrai, e ne sarai contento; — replicò il Venzano. — Finito lo spettacolo, spògliati con tutto il tuo comodo; ti aspetteremo sotto il pronao del teatro. —

Ecco ora in che consisteva il trionfo. Un trionfo presuppone un carro. Luigi Venzano ne aveva adocchiato uno, nell’angolo della piazza, tra il colonnato del Carlo Felice e i portici dell’Accademia. Quando il Saccomanno, che era d’ultima scena, ebbe finito di spogliare le maglie rosse e di levarsi dal viso l’impiastricciatura diabolica, il teatro era sgombro da un pezzo, e sotto il pronào, partita l’ultima carrozza, non c’erano che gli «amichi» adunati in attesa, col loro carro, o, per dire più esattamente, con una certa carretta, che aveva la cassa protetta da un coperchio a due imposte, come un uscio a due battenti. Comparve il Saccomanno, vide lo strano arnese, riconobbe una carretta da spazzaturai, rise e ci saltò dentro, fra gli evviva di una trentina di «amichi». I quali, parte alla testa, parte ai fianchi, parte alla coda della carretta, si diedero a tirare, ad accompagnare, a spingere, gridando come ossessi, per via Carlo Felice e piazza Fontane Amorose. C’erano degli uomini gravi, nella compagnia trionfale; farei inorridire, se dicessi tutti i nomi; vi basti di sapere che erano del numero certuni, i quali dovevano poi tirare, magari portandolo un pochino sull’orlo dei fossi, il classico carro dello Stato.

— Viva il grande, il sommo, l’eccelso baritono, il divo Luigi Saccomanno! — si andava gridando a squarciagola. — Onore all’impareggiabile merito del maraviglioso artista che sotto le spoglie di Mefistofele ha mandato in visibilio il rispettabile pubblico e l’inclita guarnigione! —

E via di corsa, con gran fragore di ruote sul lastrico della strada; ma tosto con un lungo codazzo di guardie della questura, che volevano fermare il carro, e intanto, riconoscendo nella brigata alcuni personaggi che il nastro verde od altra ragione rendeva sacri ai loro occhi, si contentavano di seguire il cortèo trionfale, gridando: — signor cavaliere, per carità! signor marchese, di grazia! la smettano; lascino dormire in pace tanti buoni cittadini!

— Che pace! che dormire! — si rispondeva. — Quando c’è il merito, bisogna riconoscerlo... ed onorarlo. Seguite anche voi, e gridate: «Io triumphe»! —

E risate, frattanto, ed arringhe del trionfatore, che andava traballando ad ogni scossa del veicolo. Come Dio volle, si finì la gazzarra; il trionfo della carretta fu fermato sulla piazzetta della Meridiana, davanti ai Telamoni del palazzo Verde.

Queste erano follìe. Ma quante belle conversazioni di musica, di letteratura, d’arti figurative, di economia politica, di commercio, d’industria, di nautica, perfino di astronomia! Ricordo una sera, in cui Camillo Flamarion, allora in peregrinazione scientifica per l’Italia, ci svolse la sua teorica della pluralità dei mondi abitati. Domenico Bancalari mancava di rado a quelle feste dell’ore «all’amicizia sacre» come le chiamava Tommaso Marchesani, il mio indimenticabile compagno di passeggiate notturne. Domenico Bancalari partecipava con l’anima a tutto, non riscaldandosi in nulla, sempre sereno, garbato, ilare e fine. Ed anche aveva finito a compiacersi di sentir ricordato l’albo di Elisa.