Quel medesimo giorno la Storia del Ginguené (versione Italiana del Perotti, edizione milanese del 1825) venne ad arricchire la mia libreria. Non erano dodici, i volumi, ma undici. C’era il terzo, quello imprestato a me e da me restituito a suo tempo; mancava il quinto, sicuramente imprestato ad altri e non ritornato al suo padrone legittimo: onde l’opera mi rimane scompleta. Anche così, mi è cara; nè, comunque parecchi volumi siano rotti, sbrendolati dall’uso, osai farla rilegare, parendomi in quella veste primitiva di sentir meglio la presenza di lui.
Bancalari, Venzano, inseparabili amici, siate uniti anche qui, nelle mie rimembranze giovanili. Viveste buoni, modesti ed utili. Se i fatti avessero consentito, avreste conseguita la fama. Le mie pagine non potranno darvene punto. I pochi che mi leggeranno, sappiano che meritavate di conseguirne moltissima; sappiano ancora che nessuno ebbe a sentirsi offeso dal vostro orgoglio, oppresso dalla vostra superiorità, schiacciato dalla vostra fortuna; sappiano infine che foste anime nobili, che siete vissuti amando, lasciando intorno a voi, nella generazione che vi conobbe, un dolce ricordo d’intelligente bontà, un «incognito indistinto» di gentilezza, di virtù, di sorrisi.
Ciò forse val meglio che lasciare un nome nella storia.
L’amico Bastiano.
Ero a tavolino, scrivendo; con poca voglia, veramente, poichè dalla finestra si vedeva un bel cielo sereno, e tutto invitava ad uscire. Ma la necessità comandava; e la necessità, che fa l’uomo ladro, lo fa qualche volta anche scrittore. Scrivevo, adunque; e già incominciavo a rassegnarmi, a prenderci gusto, quando entrò la fantesca per dirmi:
— Signor padrone, c’è un signore che domanda di Lei.
— Oh Dio! — mormorai. — Gli hai dunque detto che c’ero?
— Scusi, mi ha detto che era un amico, un vecchio amico, e che l’avrebbe incomodata soltanto per pochi minuti. —
Sospirai, rassegnandomi alla visita, come già m’ero rassegnato al lavoro.
— Dov’è? — ripigliai.