— Non mi riconosci? — esclamò. — Egli non mi riconosce più! — proseguì, come parlando ad un suo spirito interiore. — Vedete che cosa fa la gloria. Ci ha i fumi alla testa, il nostro compagno di scuola. Ma davvero, non ti ricordi più dell’amico Bastiano? —

Ci sono degli uomini che hanno di queste malinconie. Non li avete più visti da quarant’anni; erano piccini allora, mingherlini, senza un pelo sul viso; vi vengono davanti uomini fatti, strafatti, con tanto di basette, senza capelli in testa, e pretendono in quell’ultimo figurino li riconosciate «hic et nunc» per quelli di prima. Io, neanche al suo nome, riconobbi il mio Bastiano: mi fu necessario un esame interiore, una rassegna veloce, a ritroso, di tutte le fasi della mia adolescenza, della mia puerizia. Ah, finalmente, c’ero; ritrovavo, quantunque sbiadita, l’immagine dell’amico Bastiano. Ma erano passati mill’anni, a dir poco, dal giorno che l’avevo perduto di vista. Un cosino alto così, due soldini di cacio! Nondimeno, feci tutti i gesti di circostanza, e con quella buona grazia che salva tutto, mi precipitai nelle braccia che egli mi offriva spalancate.

Dato quel piccolo sfogo ai sensi dell’amicizia, feci sedere accanto a me l’amico Bastiano.

— Qua, qua, vecchio compagno; — gli dissi, battendogli anche la mano sulle ginocchia. — Ma chi poteva riconoscerti subito, dopo tanti anni, nella spoglia dell’uomo maturo? E da dove, se è lecito?

— Da Parigi, da Berlino, da Vienna.

— Un bel giro! — Ma prima di Parigi?...

— Montevideo, Buenos-Aires, Rio de Janeiro.

— Bravo! vai sempre per triple?

— Aggiungi tre dozzine d’anni che manco dalla patria.

— Appena? — mi sfuggì detto. — Mi pareva che ci fossimo perduti di vista da molto più tempo.