— Già, ti ricordi? Eravamo stati compagni ancora in grammatica, e poi per due mesi di umanità. Io ho lasciato allora gli studi a mezz’anno. I versi mi allegavano i denti. Quelle regole della.... come diavolo si chiama quella storia.... per fare i versi in latino?

— La prosodìa, caro. Rammenti il primo precetto? «Vocalem breviant, alia subeunte, Latini».

— Neanche quello. Non me n’è entrato in testa neppur uno. Che follìa, del resto, voler dare una educazione eguale per tutti!

— Colpa dei tempi, amico Bastiano. A quei tempi non facevano scuola che i frati; e gran mercè che una scuola ci fosse. Ora ci avresti da scegliere. Ce n’è per tutti i gusti, in Italia; la scuola tecnica, per esempio, dove il latino è proibito come le pistole corte.

— E mi sarei anche adattato al latino; — riprese l’amico Bastiano. — Ma quando la testa non regge.... quando certe difficoltà non t’entrano, che ci vuoi fare? Tu, invece.... Lo dicevo sempre, io, che saresti diventato un pezzo grosso. Sempre il primo in iscuola.... Ma come ne eri orgoglioso! confessalo, via.

— Se è per farti piacere, lo confesserò.

— Quanto a me, poveraccio, piantata lì la Regìa.... la Regìa....

— «Regia Parnassi, seu Palatium Musarum».

— Capisci che roba! — ripigliò con accento di comico terrore l’amico Bastiano. — Così, lasciato lo studio, non avevo da scegliere che tra le mezzine di mia madre e le doghe di mio padre. Ricorderai che mio padre faceva il bottaio, nella Quarda inferiore, e mia madre teneva osteria a dieci passi da lui. Non me ne vergogno, sai? E non mi sarei vergognato allora, nè di fare il bottaio, nè di fare il tavoleggiante. In America, dove sano andato, ne ho passate delle peggio. La vita è dura, pur troppo; e più dura a chi deve cominciarla da sè.

— A chi lo dici? — esclamai.