— E tu, perbacco, anche tu ci avrai avuti i tuoi momenti difficili, non è vero? La prima notizia che mi venne di te, a Montevideo, mi fece anzi un po’ di pena.
— Che notizia?
— Che ti eri messo a scrivere nei giornali. Brutto mestiere, ho subito detto tra me.
— Brutto no, ma da cani; — replicai. — Figùrati che ho incominciato guadagnando cinquanta lire al mese.
— Se lo dicevo io! se lo dicevo! Ma fortunatamente ti sei liberato; sei andato su su; sei volato; ti sei messo a scriver libri. E che libri, in edizioni di lusso, da innamorare. Ne ho comprato uno a Parigi, dal libraio della stazione dell’Est. Ah, vediamo un poco che cosa scrive l’amico, ho detto tra me. Voltata la prima pagina, ho veduto benissimo. «Opere dello stesso Autore». Mamma mia, quanta roba! ho contato fino a quarantaquattro volumi.
— Aggiungine otto per il buon peso. Ne ho già pubblicati cinquantadue.
— Diavolo!
— Sì, meravigliati pure; cinquantadue. E fo conto di andare a cento.
— Niente di meno! Ma come fai, domando io, come fai a scriver tanto?
— Scrivendo, caro amico, scrivendo. È una infermità: i medici la chiamano grafomanìa; ed io la porterò fino alla fossa. Non mi pesa, del resto; anzi ti dirò che mi fa buon giuoco. Quando sono qui dentro a lavorare, non vedo quello che gli altri fanno, ed è già tanto di guadagnato. Ti capacita?