— Capisco che vuoi scherzare. Ma sai che è una bella costanza, la tua? Già, quando si è tanto studiato da ragazzo!... Io, pur troppo, son rimasto un asino.

— Eh via!

— Sì, ti dico, un asino calzato e vestito. Lo scrivere mi ha sempre scorticate le dita. Con te, che alle scuole mi hai fatto tante volte il «lavoro» non devo e non voglio aver segreti. Figùrati che per la mia corrispondenza d’affari ancor oggi ho bisogno d’un segretario. Quanto alle lettere di complimento, c’è mia moglie che se ne incarica. Disgraziatamente non sa altro che spagnuolo e francese. Per questa ragione, caro mio, non ho mai scritto in patria agli amici.

— Non scriverai; — gli dissi. — Ma leggi, se non altro.

— Che! vorrei potere. Ma anche qui, non c’è verso: prendo un libro in mano colla migliore intenzione del mondo; uno dei tuoi, per esempio; leggo una pagina, e sbadiglio....

— Grazie della sincerità; non ne hanno neppur tanta i miei critici.

— Oh, non dico per te: mi accade lo stesso per tutti. Alla prima pagina sbadiglio, alla seconda m’addormento. E me ne dispero, sai? ma è più forte di me. Credo che sia una malattia, come la tua che mi dicevi poc’anzi. Ma non sarà così di mio figlio. Ne ho da fare uno scienziato, ne ho da fare; specie se tu vorrai darmi un consiglio. Anche per questo son venuto da te. Ma a proposito, e tu, quanti ne hai?

— Niente figliuoli, mio caro.

— Ammogliato, almeno?

— Niente moglie, e ne ringrazio il cielo; perchè se l’avessi presa, ci sarebbero su questo pianeta due infelici di più. Il matrimonio, amico Bastiano, è fatto pei ricchi, o pei poveri in canna. Hai capito, ora? Ma lasciamo questi discorsi. Come l’hai fatta tu, in America?