— Allora?....
Allora, bisognò raccontare ogni cosa. E mi esciva male, dalla gola, il racconto della mia duplice impresa.
— Infine, — conchiusi, — non mi hai detto che chi non ha famiglia, o ne è lontano, va oggi dai parenti? e che chi non ha parenti, va dagli amici? Il signor Segni non n’ha neanche di questi, e non se l’è meritato. —
Mamma non mi rispose nulla, e non mi lasciò neanche veder la sua faccia; andò nella camera del babbo, probabilmente a raccontargli la mia alzata d’ingegno, ed io andai a nascondermi nel canto più lontano della casa. Ora viene la musica! pensavo. Ma non venne nulla. Cioè, correggiamo: venne alla sua ora il cugino Francesco, e dopo di lui il nobile Segni, con la sua campagna di Russia sul groppone e col suo ferraiuolo di panno turchino sulla campagna di Russia. Il pover’uomo si confondeva ancora in complimenti, quando mi chiamarono a tavola. Egli era là, seduto alla destra di mamma, che seguitò a non dirmi nulla. Neanche babbo mi parlò, se non per domandarmi se volevo ancora della tal cosa o della tal altra. Ma finito il pasto, mi diede qualche cosa che non avevo domandato; uno scappellotto, nel quale mi parve di sentire una intenzione sommamente benevola.
Il signor Segni, quella sera, prima di congedarsi, mi prese una guancia tra l’indice e il medio.
— Folletto! — mi diceva frattanto. — Ti perdono, sai?
— Mi perdona?... — balbettai. — Che cosa?
Ed egli allora, rifacendo la cantilena infantile de’ suoi scolaretti, mi mormorò all’orecchio:
Signor Segni
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