Abarima capì il gesto, e porse ingenua l'orecchio.
—Ti amo;—le bisbigliò Damiano.—Ti amo.
—Ti.... a.... mo;—ripetè la selvaggia, ammirata di poter proferire le parole del figlio del cielo.
Egli, allora, aiutandosi con tutti gli artifizi della mimica, le spiegò il pronome ed il verbo. Per il pronome, veramente, bastava indicare la sua graziosa vicina. Ma il verbo.... il verbo, come sapete, è il gran mistero di tutte le lingue. E i misteri si capiscono a volo, si sentono, si afferrano di schianto con tutte le virtù dell'intelletto, ma non si spiegano per indicazioni, per segni approssimativi. Nondimeno, trattandosi del verbo per eccellenza, e del suo modo indicativo, e del suo tempo presente, e della prima persona, Damiano ci si provò con coraggio. Additando lei parecchie volte, si carezzò il viso, storcendo gli occhi in atto di spasimo; additò lei parecchie altre volte, come per riferire a lei la [pg!166] carezza che aveva regalata a sè stesso; finalmente si recò le mani al cuore, e dal cuore le stese verso di lei in atto di preghiera, di desiderio, di tutto quello che segue e che per amor di brevità si ommette; da ultimo, e continuando i gesti appassionati, le ripetè dolcemente, teneramente, languidamente:
—Ti amo.—
Ella era stata ad osservare con molta attenzione tutto quel lavorio faticoso, ma chiaro nella sua intensità. Diede in una risata argentina, mosse la testa come per dirgli: ho capito, e tradusse la frase nella sua lingua:
—Lessinitli
—E vada per lessinitli;—rispose Damiano.—Ti dirò allora la mia frase completa: Damiano lessinitli Abarima taorib.
Abarima chiuse le palpebre e tentennò la testa in atto d'incredula. Poi, a mezza voce, gli disse:
—Mara nala kini sindekì?