—E perchè, di grazia?
—Perchè si potrà discorrere, argomentare, disputare in famiglia, nelle lunghe serate d'inverno.
—Vuoi tu dunque trattenerti alla sua Corte, matto insanabile che sei? T'ha egli offerto un posto di ministro?
—Eh, sarà il meno ch'egli potrà fare per me, quando mi riconoscerà per nipote.
—Nipote!—esclamò Cosma.—Eccone un'altra. Hai dunque già posto gli occhi sopra una nuova bellezza?
—No, caro; sono fedele ad Abarima. L'ho riveduta oggi, e mi ha fatto una festa da non dirsi. E per me e per lei la Santa Maria ha fatto egregiamente, a dare in secco. Non mi guardare con quegli occhi. So bene ancor io che è una disgrazia; ma infine, poichè il male è fatto, possiamo ben dire che esso non vien tutto per nuocere. E come è bella, Abarima! Mi è venuta incontro battendo le palme, dopo aver gettato un grido, che mi è penetrato qui, nel fondo del cuore. Anche il suo vecchio padre mi ha accolto benissimo; mi ha perfino abbracciato. O son io che ho abbracciato lui?... Non saprei dirti, ora; ma una cosa è certa, che siamo stati un par di minuti l'uno nelle braccia dell'altro. La parentela, capisci? la parentela imminente. Perchè io la sposo, quella bella creatura; com'è vero Dio, la sposo.
—Secondo comandamento del Decalogo;—disse Cosma;—non proferire il nome di Dio invano.
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—E non fo conto di averlo proferito invano;—rispose l'altro con gran sicurezza.—Non giudicare.... da quelle altre. Laggiù erano capricci, morti appena nati; nuvolette formate all'orizzonte, e dissipate dalla prima brezza del mattino. Qui è un'altra cosa. Sono innamorato come un gatto. No, il paragone è brutto; saresti capace di dirmi che ora io ti miagolo la mia canzon d'amore. Diciamo dunque come un piccione. E sai a proposito di canzoni, che ho fatto cantare l'interpetre?
—Che c'entra l'interpetre?