—C'entra per parecchie notizie che io non potevo avere da me, direttamente, da bocca a bocca. Perchè in materia di lingua Haitiana io sono ancora ai primi esercizi. Orbene, oggi ho domandato all'interpetre di sapermi dire chi fosse il vecchio naturale nella cui casa sono stato ospitato. Cusqueia si è informato, e sai che cosa ha saputo? Sai chi è il mio ospite, il padre di Abarima! Nientedimeno che il fratello di Guacanagari, il fratello del ca.... No, non voglio dire cacìco! il fratello del re; mi capisci? del re.

—Capisco;—rispose Cosma, sforzandosi di sorridere.—Per questo accennavi alla tua qualità di futuro nipote.

—E futuro prossimo, perchè qui bisogna stringere,—riprese Damiano.—L'almirante non vorrà mica restare troppo a lungo in queste acque. Siamo a Natale; bisognerebbe far le nozze per la Befana....—

Cosma diede di sbieco una guardata al compagno, come per accertarsi se parlasse da senno. Per matto lo conosceva oramai; ma non sapeva acconciarsi all'idea che lo fosse diventato a tal segno. Ed era quello il cavaliere che con lui, una volta.... Ma insomma, a che filosofar tanto sul cuore e sulla [pg!184] testa dell'animale irragionevole? Non c'è che l'uomo, per adattarsi alle condizioni di tempo e di luogo. Ma queste cose non le aveva insegnate a Cosma la filosofia d'Aristotile, nè quella del suo maestro che gli commentava Aristotile nella università di Pavia.

—Sta bene;—diss'egli al compagno.—Auguro fortuna ai tuoi novelli amori.—

E lasciò cadere una conversazione che fino allora, come in tant'altre occasioni consimili, aveva tenuta viva per far piacere all'amico.

Il silenzio era una consuetudine, in lui. Spesso restava intiere giornate senza aprir bocca. Nessuno tra i marinai della Santa Maria era più attento di lui ai comandi dei piloti, nè più diligente al servizio. Da principio, quel suo fare un po' contegnoso era parso superbo; ed avevano preso a motteggiarlo. Non ne aveva fatto caso, finchè la cosa era rimasta in certi confini, tanto da lasciargli parere che non dicessero a lui. Ma la prima volta che lo stuzzicarono davvero, ed egli non poteva più far mostra di non avvedersi, entrò risolutamente nel mezzo e parlò animosamente ai compagni.

—Sentite,—diss'egli,—ogni bel giuoco dura poco. Una volta e due si può credere che chi ci ha dato uno spintone non l'abbia fatto a posta. Alla terza, bisogna parlarci chiaro. Io voglio parlar chiaro con voi, poichè siamo obbligati a vivere insieme, finchè duri questo viaggio. Ho buone braccia come voi, e un buon coltello catalano per difendermi. Se avete voglia di leticare con me, ditelo liberamente, e ce la faremo senza tanti discorsi, sopra tutto senza tanti motteggi. Volete essere amici? rimetto il coltello in cintura, e qua la mano. Dunque, siamo intesi; scegliete.—

I patti chiari fanno gli amici cari. I compagni di [pg!185] Cosma scelsero prontamente il partito migliore. Alla fin fine, non era egli un buon figliuolo? Non dava mai noia a nessuno, e quando c'era qualche cosa da fare, lavorava sempre per due. Troppo contegnoso in verità; ma questo dipendeva dal suo carattere. Era un taciturno. Gli avevano affibbiato un nome: il cavaliere. E non sapevano, chiamandolo così, di aver dato nel segno. Del resto, quando gli si diceva qualche cosa, rispondeva sempre con garbo. Gli si domandava un parere, e lo dava sempre con molto giudizio. Era un po' chiuso; ma niente affatto orgoglioso; e questo bastava. Si avvezzarono alla sua indole severa; presero a rispettarlo come un superiore, sapendo ch'egli non si teneva per tale; lo scelsero volentieri giudice ed arbitro nei loro litigi, sperimentandolo giusto ed umano in ogni occasione. Dov'era lui, regnava la disciplina; quello che sopportava lui, sopportavano tutti senza farsi pregare, nè minacciare. Gran virtù dell'esempio! Per contro, quando il cavaliere si degnava di sorridere, gli altri ridevano e saltavano. Ma questo non era un guaio; ed egli, frattanto, aveva conquistato il diritto di chiudersi nelle sue meditazioni.

A sua volta, Cosma era tutt'orecchi quando parlava il signor almirante. Cristoforo Colombo aveva una grande autorità sull'animo del cavaliere. Questi raccoglieva religiosamente ogni parola del suo grande concittadino; e sospirava spesso, pensando alla sua bontà di cuore, alla sua dirittezza di mente.