—Venti di questi uomini a Genova,—diceva allora in cuor suo,—e ci sarebbe da comandare al mondo. Invece.... Ah, povera patria, che le discordie dei suoi figliuoli hanno resa l'ultima delle terre italiane!—

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[Capitolo XI.]

Come una debolezza di Damiano andasse a finire in una fortezza.

Il 26 dicembre, che era un mercoledì, venne il cacìco Guacanagari in visita solenne alla caravella dell'almirante. L'ottimo re selvaggio mostrava gran tristezza e dolore, vedendo lo scafo della Santa Maria mezzo rovesciato alla spiaggia, e nuovamente profferiva agli uomini bianchi tutto ciò ch'egli possedeva, per ricompensarli dei danni patiti.

Mentre egli stava ragionando con l'almirante sul cassero della Nina, si accostò alla caravella una piroga di naturali di un'isola vicina, i quali portavano piastre e lamine d'oro, per barattarle con sonagliuzzi di bronzo. Niente piaceva di più, a quella gente, dei piccoli strumenti sonori che gli Spagnuoli avevano portati al nuovo mondo, opportunamente imitando un costume dei Portoghesi nei loro viaggi di scoperta lungo la costa Africana. Amavano la danza, e saltavano spesso, cantando certe loro canzoni, che accompagnavano col suono d'una specie di tamburo, fatto d'un tronco d'albero scavato, su cui era una pelle distesa. Il suono del tamburo non era sicuramente così piacevole all'orecchio dei danzatori, [pg!187] come il tintinnio di quei piccoli sonagli di rame.

Anche i marinai della nave naufragata, che ritornavano a bordo della Nina, riferirono all'almirante di altri naturali dell'interno di Haiti, i quali accorrevano di tratto in tratto alla spiaggia offrendo pezzetti d'oro in cambio di ogni nonnulla; e più ne avrebbero portato, anche piastre più grosse, ove fosse gradito il baratto coi sonagliuzzi di rame e con le perline di vetro colorato.

Guacanagari, sempre attento ai discorsi degli uomini bianchi, come erano tradotti dagli interpetri, e non meno agli atti, ai gesti, ai moti del viso, osservò che quelle notizie facevano scintillar d'allegrezza gli occhi dell'almirante. E noi possiamo intendere più facilmente di Guacanagari come e perchè fosse lieto Cristoforo Colombo. Egli aveva promesso di trovare per la via di ponente l'isola di Cipango e le regioni estreme dell'Asia, famose per infinite ricchezze. In quella vece, aveva trovato delle isole abitate da selvaggi, ignudi la più parte come Adamo ed Eva innanzi il peccato. Guanahani, Cuba, Haiti e via discorrendo, potevano esser considerate altrettante aiuole del Paradiso terrestre. Ma questo ai re Cattolici di Spagna sarebbe parso troppo poco guadagno, in compenso al grandissimo sforzo che avevano fatto, di concedere tre gusci di noce per mandare a scoprire il Cattaio, e far vassallo di Castiglia il gran Cane dei Tartari! Perciò l'almirante del mare Oceano giustamente pensava che nulla avrebbe operato sull'animo de' suoi signori, meglio della vista dell'oro. Che importava più del gran Cane e del suo Cattaio, se si metteva la mano sulle miniere di Ofir? Isole ricche d'oro nativo, meglio trovarle selvagge, che abitate da popoli numerosi, governati da re potenti, forse disposti a [pg!188] trafficare, ma niente affatto a ricevere un nuovo padrone.

Conosciuto per tal modo il desiderio del suo ospite, Guacanagari fu molto lieto di potergli dire che a poca distanza dalle sue terre, nella regione più montuosa dell'isola, il metallo dal colore del sole era tanto facile a ritrovare, che gli abitanti non ne facevano stima veruna. Il luogo, soggiungeva egli, si chiamava Cibao. Non forse Cipango? pensò tosto l'almirante. Ma fosse Cipango, o non fosse, egli aveva finalmente trovato Cibao, la misteriosa regione aurifera, di cui gli avevano già detto nome i naturali di Guanahani e di Cuba.

Guacanagari pranzò quel giorno con l'almirante, a bordo della Nina; e quindi lo invitò alla sua residenza, dove gli avrebbe fatto vedere come fossero tutte le cose di lui gelosamente custodite.