La refezione, imbandita quel giorno nella casa di Guacanagari, era copiosa e scelta, per quanto permetteva ad Haiti la semplicità del costume. I piatti forti erano di utia, che è una specie di coniglio, e di pesci; le intramesse di radici, che erano di varii generi e in varii modi preparate; delle frutte non si parla nemmeno, che abbondavano nell'isola, e con la varietà degli aspetti rallegravano gli occhi, come con quella dei sapori stuzzicavano i palati degli uomini bianchi.

Sempre maravigliosa la bontà d'animo dei cacìco, e delicatissime le premure amichevoli, con cui cercava di consolare il suo ospite della disgrazia sofferta. Ed era strano per i suoi convitati spagnuoli il vedere com'egli fosse garbato nel modi. Il civilissimo tra gli Europei non avrebbe recato con maggior dignità e pulitezza il cibo alla bocca. Ad ogni portata Guacanagari si lavava le mani, e le strofinava con erbe odorose. Era servito con molto rispetto [pg!189] dai suoi sudditi, e li ricambiava con atti di graziosa maestà. Che dirvi di più? Bisognerebbe ripetere il già detto, di questo selvaggio portentoso, che oggi ancora si potrebbe proporre ad esempio presso tutti i popoli civili del mondo.

Intorno a lui, Damiano aveva compendiato il suo giudizio in queste poche parole: Guacanagari, non ce n'è guari. E contemplava il suo futuro zio con una tenerezza ineffabile.

Ma ci pensava egli davvero, a fare il nido in Haiti? Pare di sì. Damiano era uno spirito bizzarro, pronto ad infiammarsi, e sincero nei suoi innamoramenti, qualunque ne fosse l'oggetto. Abarima gli era piaciuta a quel dio; egli era piaciuto a lei; non c'era nessuna ragione perchè ella non fosse sua moglie, o con un rito o con l'altro, dei tanti che servono a fermare in modo indissolubile il bel capriccio di un giorno, in quella guisa che una spilla nera, un cartellino scritto con due parole latine, e una lastra di cristallo in cornice, vi fissano un bel Priamus, una bella Vanessa, dalle ali fatte di polvere d'oro, nella vetrina d'un museo di storia naturale.

E di questo suo disegno era tanto invasato Damiano, che egli si era perfino rallegrato della perdita d'un naviglio. Egoismo d'amore, che dalla sua stessa ferocia è innalzato al sublime! Il naufragio della Santa Maria riduceva Cristoforo Colombo e la sua gente a vivere sulla più piccola delle tre caravelle, e sulla meno adatta a sostenere la forza del mare. Forse era per tutti la impossibilità di ritornare in patria. Si sarebbero perduti laggiù, come Ugolino Vivaldi sulla costa di Africa, senza che più si avessero nuove di loro. Ebbene? che importava ciò? Si rassegnava a tutto, Damiano; anche a non rivedere l'Europa.

—Vecchia Europa!—diceva egli, in una di quelle [pg!190] apostrofi che gli erano familiari.—Infine, che cosa sei tu, per un uomo del tempo presente? Un giorno, sei piaciuta a Giove, che per te non dubitò di cangiarsi in toro, e tu lo incoronasti di fiori, come una vittima. Per altro, da quel giorno, ne sono passati, degli anni! Vecchia megera, se io potessi aver la sorte di non rivederti mai più! Spero bene, ora che ti abbiamo scoperto una sorella di parecchie migliaia d'anni più giovane, spero che un giorno molti dei tuoi cavalieri passino il mare, uscendo dal tuo vilissimo stretto di Gibilterra, per venirsene qua, a dimenticare in questa vergine bellezza i tuoi vezzi cascanti, il tuo belletto, i tuoi capelli tinti, i tuoi denti posticci. Per rifarti la pelle, vecchia incartapecorita, non ci sarebbe che un espediente, ma eroico, anzi più che eroico, divino. Sarebbe infatti mestieri che la mano di Domineddio si aggravasse gentilmente su te; con un dito sui Pirenei, un altro sulle Alpi, un altro sugli Urali, un altro sul Caucaso, un altro sui Carpazi, un altro.... Ma no, ne ho contato già cinque, e cinque basterebbero, purchè premessero, premessero bene, giù giù, fino a metterti un venti braccia, sott'acqua, per venti minuti! E allora, crepi l'avarizia, ti si potrebbe far ritornare a galla, per lasciarti respirare. Che bella faccia pulita, mia vecchia Europa! e che bel bagno di gioventù!—

Sincero anche in questi suoi voti, il nostro Damiano! Vi pare di dovergli dare il torto, per aver egli detto ad alta voce ciò che tanti avranno pensato, ai suoi tempi, ed ai vostri? A buon conto, non glielo voglio dar io.

Con questo modo suo di ragionare, figuratevi se non volesse restare ad Haiti. Ci pensava tanto, che si risolse d'imparare alla svelta la lingua del paese. Maestri ce n'erano parecchi: gl'interpetri di Guanahani [pg!191] e di Cuba. Egli sapeva già parecchi vocaboli; ne imparò in due o tre giorni parecchie centinaia, che scriveva sopra pezzetti di carta, di contro ai corrispondenti vocaboli italiani. Con quel principio di glossario si poteva fare molto cammino, e non desiderarsi la vicinanza di un terzo incomodo, quando aveva da far conversazione con la leggiadra Abarima.

Il vecchio babbo, quantunque fratello di re, vedeva di buon occhio quel semplice marinaio. Ma questo s'intenderà facilmente: il semplice marinaio era un uomo bianco, un figlio del cielo. Del resto, il capo degli uomini bianchi era molto amico di quel semplice marinaio, gli rivolgeva spesso la parola, intrattenendosi con lui in una lingua che essi soli parevano intendere. E questa familiarità di Damiano con l'almirante rialzava molto il marinaio agli occhi del vecchio Tolteomec.

Quel giorno, per l'appunto, Damiano aveva accompagnato l'almirante alla residenza di Guacanagari. Sedeva anch'egli alla mensa del re; ultimo nell'ordine gerarchico, è vero, ma forse per sua elezione, volendo esser vicino alla dolce Abarima. Nelle numerose comitive e nelle grandi riunioni, il miglior posto è sempre quello degli ultimi, che hanno sempre la libertà della scelta. Il personaggio maggiore s'annoia a capo di tavola, e manda occhiate di desiderio ai felici che se la spassano nel fondo, facendo il comodo loro e ridendo come matti.