Levate le mense, Guacanagari aveva condotto il suo ospite negli ameni boschetti che circondavano la sua casa. Migliaia di naturali aspettavano la nobile comitiva; e a mala pena Cristoforo Colombo si fu seduto con Guacanagari al rezzo d'un palmizio, quella turba poco vestita si mise a cantare e a saltare, accompagnando la voce ed il passo col suono [pg!192] dei suoi tamburi, a cui si aggiungeva per grande novità il tintinnìo dei sonagli di bronzo.
La danza era il passatempo prediletto dei naturali di Haiti. Se a quel tempo fosse stato comune sulla faccia del globo l'uso delle carte da giuoco, sicuramente quei buoni selvaggi avrebbero fatto carte false, pur di ballare dalla mattina alla sera. Damiano, contemplando le loro giravolte e i loro salti, aveva facilmente imparata la coreografla, del resto assai scarsa, dei suoi futuri concittadini. Un ballo, tra gli altri, gli era sembrato molto somigliante al trescone, che si ballava in Europa. Preso da un capriccio subitaneo, chiese ad Abarima se ella avrebbe consentito a ballare con lui. Abarima non aveva detto di no. Animo dunque, e nel mezzo del prato, facendo fermare stupefatti tutti i ballerini della tribù. Damiano provava un gusto matto a ballare con quel fior di selvaggia; ma altrettanto ne provava la graziosa fanciulla a ballare con lui. E non erano meno contenti i naturali di Haiti, vedendo un figlio del cielo che non isdegnava di saltabellare in cadenza con una figlia degli uomini. I tamburi battevano via via più affrettata la misura; e più rapido girava Damiano, più forte stringendo nelle braccia nervose la leggiadra Abarima. Essa era snella, egli robusto; durarono un pezzo alla prova. Ma egli non vedeva già più il prato, nè gli alberi, nè gli spettatori circostanti, quando la sua dama gli fece la grazia di arrendersi, cadendogli ansante, quasi svenuta dal piacere, sul braccio, e abbandonandogli la bruna testa inghirlandata di fiori sul petto.
Ma bisognava dare a Guacanagari altra idea che di avergli portato ballerini, dalle regioni del cielo. L'almirante aveva mandato a prendere a bordo della Nina un arco moresco, col suo turcasso di frecce. Era nel suo seguito un Castigliano, che aveva fatta [pg!193] la guerra contro i Mori ed era stato all'assedio di Granata. A lui, destro arcadore, toccava di far vedere la sua prodezza, con l'arco alla mano. Una foglia di palmizio fu collocata in fondo alla prateria, sulla vetta di una canna. E il Castigliano la prese di mira, piantando nel suo verde tessuto, una dopo l'altra, tutte le frecce del suo turcasso, tra le grida di ammirazione e gli applausi della intiera tribù.
Guacanagari chiamò con un nobilissimo gesto l'interpetre Cusqueia, e gli dettò le parole che questi doveva riferire all'almirante:
—Potente signore, colpiscono diritto nel segno i tuoi guerrieri. Questo è certamente un dono del cielo, donde siete venuti. Con l'arco e la freccia non colpiscono così giusto i Caribi, nostri mortali nemici. Vengono essi sulle lunghe piroghe, dalle isole vicine, verso mezzogiorno, e fanno prigioni i miei uomini, che conducono nelle loro terre a servirli, quando non ne bevono il sangue e non si cibano di essi, fino al midollo delle loro ossa. Ahimè! i figli di Haiti nulla possono contro quegli amici della strage, e non sempre i nostri buoni spiriti li tengono lontani da noi.—
Udì l'almirante la querela di Guacanagari, e prontamente rispose:
—Ben altre armi abbiamo contro i nemici del nostro ospite e fratello. Or ora tu le vedrai, e ti sarà facile intendere che niente vale contro gli uomini bianchi, che ti hanno giurato amicizia.—
E lasciato di parlare all'interpetre, si volse a Damiano:
—Prendete gli uomini che vi bisognano,—gli disse,—e andate nelle case che Guacanagari ha assegnate per la custodia delle cose nostre. Prenderete un archibugio, con un po' di munizione, e [pg!194] farete anche rotolare fin qua un cannone lombardo della Santa Maria.—
Damiano prese con sè i marinai che erano venuti ad accompagnare l'almirante, e con essi e con qualche selvaggio di buona voglia andò ad eseguire i comandi dell'almirante.