Archibugio e cannone lombardo furono poco stante sul prato, davanti al cacìco Guacanagari.

—Or ora,—disse Cristoforo Colombo al suo ospite,—tu vedrai un colpo ben più veloce e più micidiale che non possa farne una freccia.—

E fatto caricare l'archibugio, ordinò a Damiano di prender la mira contro un albero che sorgeva nel fondo del prato. Damiano si piantò saldamente sul terreno, calò il moschetto, aggiustò la canna contro il bersaglio, e accostata la miccia allo scodellino, diede fuoco alla polvere. Partì il colpo, e il lampo che uscì dardeggiando dalla canna, comprese di stupore i selvaggi; ma più li fece maravigliare lo strappo che videro in pari tempo esser fatto nella corteccia d'albero, e il buco in cui si era conficcata la palla: quella palla che essi avevano veduta poc'anzi cacciar dentro la canna, ma che non avevano veduta altrimenti uscir fuori.

Venne la volta del cannone. Damiano e uno dei marinai lo avevano caricato con molta ostentazione, affinchè i naturali vedessero bene come fosse quella fattucchieria. Poscia puntarono lo stesso albero contro cui era stato scaricato il colpo dell'archibugio. La miccia fu accostata; il forellino diede una piccola vampata, e tosto dalla gran canna di ferro escì un globo di fumo, per entro a cui lampeggiava una grossa lingua di fuoco. Non fu un rumore secco, accompagnato da un sibilo, come era stato quello dell'archibugio; fu un rombo, uno schianto, che intronò gli orecchi di tutti gli astanti, a cui parve di [pg!195] avere udito il fragore del fulmine. E in pari tempo l'albero preso di mira si spezzava nel mezzo; e si abbatteva la parte superiore del tronco, non restando che per poche fibre appiccicata alla parte inferiore. La palla intanto proseguiva la sua via nel bosco, sforacchiando in più luoghi la frappa.

Al fragore inatteso, molti naturali erano caduti per terra. Lo stesso Guacanagari, che sempre cercava di padroneggiare i moti dell'animo, non potè trattenersi dallo afferrare il braccio dell'almirante, come per cercare istintivamente un appoggio.

—Sono queste le nostre armi;—disse Cristoforo Colombo.—I sovrani di Spagna, nostri potenti signori, hanno di queste armi a migliaia; con queste combattono i loro nemici; per esse sono rispettati da tutto il mondo.

—Con esse ci difendano dai Caribi, invasori della nostra terra, oppressori dei nostri figli, rubatori delle nostre figliuole;—disse Guacanagari all'interpetre.

Non aveva mestieri di parlar per interpetre la leggiadra Abarima. Fattasi accanto a Damiano, che essa aveva ammirato nei due saggi della sua maravigliosa prodezza, così gli parlò dolcemente nella sua lingua, ridotta per la circostanza alle forme più brevi:

—Damiano vivere casa nostra in Haiti, fianco Abarima; difendere Tolteomec contro nemici Caribi.

—Fianco Abarima dolce cosa;—rispose Damiano, con quel po' di glossario che aveva messo da parte.—Damiano restare Haiti, amar sempre Abarima, baciare suoi occhi.