—Nella decrepita Europa!—borbottò Damiano tra i denti.

—Non mi dimenticate, adunque, nel caso che non mi avesse favorito la sorte. Io voglio restare ad Haiti. Paese buono, donne belle, lavorar poco, spassarcela assai; che cosa si vuole di più?

—Bravo! Così intendi tu una colonia?

—E come l'avrei da intendere, io? Son marinaio; sarei soldato. Non avrei da partecipare ai profitti, o solo in troppo piccola parte, coll'aiuto di queste cinque dita, che non sono neanche troppo lunghe, nè troppo esercitate alla pratica di un perfetto tesoriere. Il mio guadagno sicuro sarà di darmi bel tempo. Questo è il paradiso terrestre; voglio godermelo.

—Facendo la parte del serpente, non è vero?—Si rideva, si sghignazzava, si fantasticava a tutto spiano. Damiano, attento ai discorsi, ma non mettendoci bocca, godeva della sua bella trovata. Egli sapeva bene quali sarebbero stati i profitti suoi, nella nuova colonia. L'almirante, di sicuro, gli avrebbe assegnato un uffizio. Magari, separandosi da Cosma, egli si sarebbe risoluto di lasciare il suo nome di guerra, per riprendere il suo nome vero ed autentico. E con quello, per bacco, e con le qualità che lo accompagnavano, l'uffizio non gli poteva mancare; nessuno, poi, ci avrebbe trovato a ridire.

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Che momento, quando si fosse sentito leggere un ordine di questa fatta: «Noi ecc. ecc. nominiamo il nobile uomo ecc. ecc. dei conti ecc. ecc. alla carica di ecc. ecc.»! L'uffizio a cui l'almirante poteva destinarlo, egli, per verità, non lo sapeva ancora, non aveva ancora osato immaginarselo. Ma se non era il primo, nè il secondo, non sarebbe neanche stato il quarto, per bacco baccone.

—Ma poi, perchè non sarebbe il secondo?—chiedeva Damiano a sè stesso.—Ragioniamo un poco, e vediamo.—

Qui l'amico Damiano faceva i suoi conti:

—Un Castigliano al comando supremo, si capisce; l'ha detto anche l'almirante. È un onore dovuto alla nazione per cui si è fatta l'impresa. Si dovesse cercarlo col lumicino, trattenerlo qui con la forza, un Castigliano ci vuole. Ma il secondo posto, vivaddio, dovrebbe esser libero. Resteranno volentieri i marinai; vita per vita, preferiranno sempre sei mesi, un anno di presidio a terra, anzi che le noie d'un viaggio, fosse pure di ritorno In patria. Figurarsi il bordo della Nina, che cosa sarà per due o tre mesi! Solo per andare a dormire, bisognerà dividersi almeno in tre squadre, e darsi la muta nei ranci. E se ne pregheranno, a vicenda!... se ne pregheranno di quei secchi, o di quegli altri fatti a ferraiuolo, così quelli che vorranno andarsene a schiacciare un sonnellino, come quelli che non vorranno smettere il loro. Mi par già di sentirli. Per gli ufficiali, è un altro paio di maniche. Il loro rancio, buono o mediocre, gli ufficiali lo hanno. Sicuri per questo lato, non avranno nessuna ragione per voler rimanere a terra; e il secondo posto dovrebbe toccare a me, per qualche onesta ragione, oltre la benevolenza del signor almirante. Con un uffizio simile, sarei bene collocato, agli occhi della [pg!208] dolce Abarima e dei suoi. Comandante supremo, lo so, potrei domandare la figlia del re. Secondo di grado, potrò sempre aspirare ad una nipote di re; senza contare che Guacanagari non ha figliuole da marito. Veramente, m'annoia un poco quello che ho udito delle leggi di successione in questo paese. Morendo un cacìco senza figliuoli, gli succede, a preferenza del figlio del fratello, il figlio della sorella, perchè c'è più sicurezza che questo sia del medesimo sangue, dirò così, cacicale. E si capisce: i figli creduti d'un fratello potrebbero alle volte non aver nessuna consanguineità con lo zio; laddove i figli della sorella sono necessariamente i figli della madre loro. Vedete che cervelli sottili, questi selvaggi di Haiti! e sanno dove il diavolo tenga la coda.—