Damiano, come vedete, pensava molte cose, facendosi già in tasca il contratto di nozze. Era un sogno in tutte le regole, il suo; egli se lo ingrandiva, descrivendolo a sè stesso, ed era un po' come colui che s'ubbriaca delle proprie parole.

Alle chiacchiere di bordo seguì presto il lavoro, un lavoro animato ed allegro di tutto il doppio equipaggio. Bisognava disfare pezzo per pezzo la Santa Maria. Calafati e marangoni, con martelli, tanaglie, scuri, e ogni altra maniera di ferri, schiodavano, strappavano, segavano, facevano leva; ed assi, tavole, bagli, staminali, tutto saltava in acqua, donde i naturali di Haiti, volontarii aiutanti, nuotando intorno alla secca, spingevano al lido ogni cosa.

Mentre così lavoravano gli equipaggi, Cristoforo Colombo risaliva ancora una volta alla residenza del cacìco, per informare l'amico Guacanagari della sua nuova intenzione. Egli voleva lasciare una parte della sua gente, per difender quell'isola dalle scorrerie dei Caribi; con più gente sarebbe ritornato [pg!209] al secondo viaggio, ed anche con maggior copia di preziosi donativi per il suo ospite, come di merci da barattare con l'oro. Piacque a Guacanagari il disegno; l'idea di ritener seco una parte di quegli esseri straordinarii, di quei figli del cielo, e il pensiero di vedere un giorno ritornare alla spiaggia di Haiti il signore degli uomini bianchi, con grandi piroghe cariche di sonagli di bronzo, di braccialetti e bei monili di perle di vetro colorato, fece andare in visibilio la tribù tutta quanta. Immaginate le grida, i salti, le capriuole di quel popolo semplice, mentre Cristoforo Colombo, accompagnato dal cacìco e dai grandi della sua casa, andava attorno per ritrovare un luogo adatto, su cui edificare la sua fortezza di legno.

Il sole non era anche sparito dall'orizzonte, e già la maggior parte del legname della Santa Maria era trasportata dalla costa alla eminenza che Cristoforo Colombo aveva scelta, non molto lontano dal villaggio di Guacanagari. Lungo la salita si vedevano andare e venire i naturali di Haiti in doppia catena: quei che ascendevano la costiera portando fasci di tavole, o travi, e quei che discendevano a mani vuote, per andarsi a rifare un buon carico.

Intanto che il lavoro procedeva, alcuni naturali di un'altra parte dell'isola erano venuti ad annunziare che una grande piroga, con le ali bianche, come quelle della Nina, aveva gettata l'áncora in un fiume, alla estremità orientale dell'isola. Cristoforo Colombo diede una rifiatata di contentezza. Quella grande piroga non poteva essere che la Pinta, la Pinta ch'egli oramai credeva già in cammino per l'Europa, la Pinta, che di sicuro si era allontanata dalla squadra per obbedire alla indisciplinata ambizione di Martino Alonzo Pinzon, insofferente [pg!210] di comandi, avido di scoprire e di raggranellare per sè.

Comunque fosse, la Pinta era là, ancora sotto la mano dell'almirante. Disubbidiente o no, era una nave di più per il ritorno; e la sua presenza, raffidando un pochino gli animi di tutti, consentiva di dividere un po' meglio l'equipaggio della Santa Maria, che altrimenti sarebbe stato costretto a pigiarsi tutto sulla Nina, o a lasciare un numero troppo grande d'uomini nella fortezza incominciata. Per questa, niente era mutato nel disegni dell'almirante. Il suo naufragio, in una calma perfetta, senza vento e senza mareggiata, era per lui un segno manifesto di una volontà suprema. Sembrava una disgrazia; ma senza quella disgrazia, egli non si sarebbe fermato tanto tempo ad Haiti, da scoprirne le ricchezze nascoste. La decisione di fermarsi e di fabbricare la fortezza era presa; non si doveva, non si poteva più revocare.

Con tutti questi pensieri che gli ribollivano nell'anima, Cristoforo Colombo ai era affrettato a chiedere al cacìco una delle sue piroghe più veloci, con quanti più rematori del paese potessero starci alla voga. Uno spagnuolo andava con essi, portando al Pinzon una lettera dell'almirante. In quella lettera, che aveva scritta lì per lì, Cristoforo Colombo, senza muover rimprovero alcuno all'indisciplinato comandante della Pinta, lo invitava a raggiungere immantinente la squadra.

La piroga ritornò in capo a tre giorni. Aveva costeggiata l'isola per lo spazio di quaranta miglia, senza vedere la Pinta e senza neppure udirne novella dai naturali di quelle marine. Venivano intanto all'almirante altri annunzi dello stesso genere, ma da altre parti dell'isola; di qua, di là molti avevano veduta la gran piroga con le ali di cigno; ma [pg!211] Cristoforo Colombo pensò che avessero tutti sognato, nè più volle distoglier gente dal lavoro, per rintracciare quella nave fantastica.

Ed era triste per lui non avere altro legno che la Nina, per ritornare in Europa. Se la Pinta era fuggita, e giungeva prima di lui alle coste di Spagna, gli usurpava l'onore delle fatte scoperte, o, con calunniose imputazioni preoccupando gli spiriti, guastava a lui ogni disegno di spedizioni future. Se la Pinta era perduta, la condizione di lui era anche peggiore; poichè di tre caravelle che gli erano state affidate, una sola ne restava, inferiore di troppo alle altre nel veleggiare, e l'esito della sua grande intrapresa dipendeva dall'incerto ritorno di un fragile schifo, attraverso la immensità dell'oceano. Periva egli nei flutti? e con lui si chiudeva nell'abisso il grande segreto del mare tenebroso.

Il pericolo era grande; ogni indugio, poi, non faceva che aumentarlo; necessario dunque di lavorare con alacrità sempre maggiore alla costruzione della fortezza. Della Pinta, se proprio si aggirava in quelle acque non sarebbero mancate più sicure notizie, in quei giorni ch'egli avrebbe dovuto pur troppo rimanere colà.