Damiano aveva seguite con una certa ansietà le peripezie di quel dramma che si svolgeva nella mente del suo grande concittadino. A tutta prima, udendo che la Pinta era stata ritrovata, e vedendo l'almirante così sollecito a mandar gente sulla traccia del Pinzon, gli era entrato nell'animo il sospetto che della colonia d'Haiti non si dovesse fare più nulla.
—Ahimè!—diceva egli quel giorno a Cosma.—Il mio bel sogno svanisce.
—Che sogno?—esclamò Cosma.
—Come?—riprese Damiano, con aria di [pg!212] stupore.—Non sai?... Ma tu dunque vivi proprio nel mondo della luna?
—Mio caro, non so se sia il mondo della luna;—rispose placidamente Cosma;—so bene che è il mondo dell'anima mia; ed è tutto qua dentro.
—Il mio, invece, è il mondo del mio cuore;—disse Damiano.—Ed è qui presso, in Haiti.
—In Haiti!
—In Haiti, sì; o nella Spagnuola, per usare la denominazione del signor almirante; o, per essere più precisi, nella Corte di Guacanagari.
—Ah, sì, ora ci sono;—disse Cosma, che proprio aveva l'aria di scendere allora dalle nuvole.—Hai dunque e davvero in mente quella selvaggia?
—Una selvaggia, mio caro, che val più di molte dame della civilissima Europa.