—La ragione!—ripetè Cosma.—Potevi dire le ragioni, perchè infatti ce ne sono parecchie. Ma incominciamo dalla prima. Hai sempre sostenuto con me, laggiù, in Europa, che un cavaliere ha da essere costante in amore.

—Ti potrei rispondere,—ribattè Damiano,—che di laggiù a venir qua si è passata molt'acqua. E, se Dio vuole, siamo anche agli antipodi. Ma, per tua norma e regola, io non ho mutato opinione: credo alla bellezza, alla bontà, alla necessità morale di essere costanti in amore, quando l'uomo è ricambiato. Il mio non è stato ricambiato; fattelo giudicare da quella corte d'amore che vuoi, da tutti i tribunali di cavalleria che ti parrà di convocare; nessuna corte, nessun tribunale giudicherà che si debba esser fedeli ad una dama, la quale ha lasciato l'uno per l'altro, e tutt'e due per un terzo. Se a te non pare d'imitarmi in questo sentimento di libertà, serviti pure; ma non accusar me di mancamento alla legge.—

Cosma rimase muto per un buon tratto; forse cercando [pg!218] argomenti contro la logica del compagno, e non trovandone di buoni, o almeno di tali che si potessero dire, senza offendere l'amico Damiano. Comunque fosse, egli mutò discorso, passando ad un'altra forma di argomentazione.

—Dato e non concesso....—diss'egli, dopo quella lunga pausa,—vediamo il caso tuo di qua dall'Oceano. Ci sei venuto libero di cuore, senza i vincoli che avevi l'aria d'imporre a te stesso. Non ischerzi più, non t'innamori per chiasso, come hai fatto nelle altre isole; sei innamorato a buono, di questa principessa Abarima. Vedi? te la fo principessa di schianto.

—Lo è, senza la tua liberalità, mio dolcissimo Cosma.

—E sia, non letichiamo per queste piccolezze. Mettiamo invece che questa principessa Abarima non volesse saperne di te....

—Sei pazzo? Mi ama.

—Te lo ha detto?

—Sì, come si possono dire queste cose: ascoltando molto, sorridendo altrettanto, arrossendo spesso, come ad una innocente creatura si addice.

—E ad una pelle rossa, non è vero?