—Sicuramente,—rispose Damiano.—Aggiungi che il capo della spedizione, l'uomo che l'ha ideata e così fortemente voluta, è genovese come noi. Siamo in tre, perbacco; omne trinum est perfectum; tanto che, vedi, un quarto Genovese guasterebbe. L'onore è salvo; è pensiero Ligure, qui; è fatica di Liguri.

—Ah, bene!—gridò Cosma.—T'infiammi?

—Si, metto le ali ancor io. Ma tu sei Dedalo, ed io non sono che Icaro. Il volo è fatto; si è fuori del labirinto, lontani da Creta quanto basta. Icaro perde le penne, e dà il suo nome al mare in cui cade. Io dò un tuffo ad Haiti, e mi fermo. L'impresa per cui siamo partiti è compiuta. La nostra società, la nostra maona, ha dati i suoi frutti. Tu ritorni, io resto. Perdio! al guerriero che ha combattuto, si concede il riposo. Io riposerò sugli allori.

—È la tua risoluzione?—domandò Cosma, accigliato.

—Sì, caro; è la mia risoluzione;—riprese Damiano.

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—Orbene;—ripigliò Cosma;—non è la mia.

Damiano si strinse nelle spalle e inarcò le sopracciglia, in atto di dirgli: che importa?

Ma l'altro finse di non vedere il gesto canzonatorio, o di non intenderne il significato.

—Non voglio,—soggiunse,—che tu rimanga in Haiti. Per il tuo onore, per la tua pace, non voglio.