—Dolce donna!—mormorò Damiano, attraversando la piazza.—Se tu sapessi quello che io soffro per te! Vogliono portarmi via, capisci? portarmi via, strapparmi da quest'isola di Citèra, dove io ho risoluto di finire i miei giorni.—
Mentre così parlava, e teneva gli occhi fissi sulla casa di Tolteomec, una figura di donna apparve sulla loggia, in mezzo al verde intreccio delle piante rampicanti. La riconobbe subito, quantunque egli non avesse gli occhi del suo concittadino Cosma; era Abarima, la pèsca di Haiti, più appariscente che mai, più che mai deliziosa.
Anch'essa aveva riconosciuto Damiano, poichè, affacciatasi al parapetto di legno, stendeva il braccio verso di lui, facendogli cenno con la mano, e invitandolo ad accostarsi.
Damiano non si fece pregare. Andò, corse sotto [pg!226] alla loggia. Abarima gli sorrideva; Abarima gli rendeva col sommo delle dita il bacio che egli le aveva scoccato in quella medesima forma. E appena egli fu abbastanza vicino, gli gittò queste parole:
—Damiano, laggiù, nel bosco; vengo subito a te.—
Il nostro Damiano sapeva già tanto di lingua Haitiana per capire quelle parole, e delle altre ancora. Se anche non le avesse capite, il gesto gliele avrebbe spiegate a puntino.
Rasentò la casa, riuscì sulla prateria, e in quattro salti fu nella macchia. La fontana era il luogo del ritrovo. Colà egli aveva veduta al bagno quella Diana del Nuovo Mondo, e la bella dea non gli aveva fatta subire la metamorfosi nè la catastrofe di Atteone.
Abarima fu pronta a seguirlo nel verde. Venne a lui leggera e sorridente, mise un grido di giubilo e gli cadde nelle braccia.
—Dolce donna!—esclamò Damiano, intenerito.—Ed io dovrei abbandonarti? spiccarmi da te? sacrificarti al Moloch dell'amicizia?
—Che dice il mio signore?—domandò la bella selvaggia, fissando in lui i suoi grandi occhi d'indaco.