—Nulla, nulla, Abarima taorib. Parlavo da me, nella lingua del mio paese. Nella tua lingua ti domanderò invece una cosa. Dimmi, taorib fra tutte le taorib; mi ami tu?—
Abarima chinò la guancia sul petto di Damiano, alzò le ciglia per mandargli di sbieco un'occhiata assassina, e gli disse sottovoce:
—Ti amo.
—Mi amerai sempre?—riprese Damiano.
—Oh sempre, sempre!—rispose Abarima.—E tu?
—Io, cara, fino alla morte. Son fatto così, sai; [pg!227] sono stato creato per l'amore costante, eterno, immobile come la vôlta del cielo. Finchè sarà il sole lassù, il mio cuore ti amerà.... Cioè, non diciamo sciocchezze. Io non vivrò quanto il sole. Volevo dirti che ti amerò finchè i miei occhi vedranno il sole, o la luna e le stelle. Bambina dolce, tu sai che il grande Spirito ci ha creati per l'amore. Senza l'amore si vive male; anzi, non si vive affatto. Si è stanchi, fiacchi, svogliati....
—Che dice il mio signore?—domandò ancora Abarima.
—Ah sì!—rispose Damiano.—Capisco che vada nel difficile, e non riesco più a farmi capire. Maledette lingue straniere! Se fossi nei panni, anzi no, nella pelle di quello stupido Cusqueia, potrei dirti tante belle cose! Pazienza, vediamo di girare la difficoltà che non si può superare. Abarima taorib!—soggiunse Damiano, ritornando alla lingua d'Haiti.—Uomini soli, senza donne, essere stanchi, non desiderare nulla, essere ammalati. Ma quando apparire bella donna, come Abarima, uomini subito ridere, saltare, ballare, come avere buon liquore in corpo. Ah, donne, donne! Sapere voi vostro potere sopra uomo! E ridere, ridere volentieri. Ridere bene, quando avere bella bocca come questa.—
Abarima commentava il discorso tripolino del suo innamorato, ridendo veramente di gusto.
—Hai capito, ora, birichina?—ripigliò Damiano, nella sua lingua nativa.—Vediamo un po' se capisci quest'altra. È la lingua universale.... e si parla da labbro a labbro.—