—Che dice....

—Sì, ho capito «Che dice il mio signore?» Vorrei esserlo già, Abarima taorib, il tuo signore, genero di Tolteomec, nipote di Guacanagari, erede del trono di Haiti, e non più condannato a ritornare in quella desolazione dell'abominazione, che si chiama la vecchia, la decrepita Europa. Ora addio, cara; vado e ritorno.—

Così dicendo, Damiano si mosse per andare verso il prato. Giunto al limitare della macchia, si volse ancora, gittò il cenno di un bacio alla bella selvaggia, e senza attraversare il prato prese una scorciatoia tra i campi. Gli premeva di giungere alla fortezza e di trovare l'almirante, prima che questi ritornasse alla spiaggia.

—Se non lo combino lassù,—diceva egli tra sè—lo vede Cosma prima di me, e mi guasta ogni cosa, con le sue alzate d'ingegno.—

Per fortuna sua, l'almirante non era ancora partito dal poggio, su cui già era scavato il fosso e alzato l'argine della fortezza.

—Siete qui, voi?—disse l'almirante a Damiano, come lo vide apparire sul ciglio della collina.

—Sì, messere, e molto desideroso di parlarvi, da solo a solo, se potete concedermi qualche minuto di tempo.

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—Tutto il tempo che vorrete, mio caro. Portate notizie di laggiù?

—No, si tratta di me.