E questo, egli lo capì tanto, che si trattenne fra i denti una preghiera mattutina già pronta a scattar fuori; anzi, mutò quella preghiera in un sorriso, tra il pallido e il verdognolo, ma pur sempre un sorriso.
Damiano uscì dalla camera, e Tolteomec lo accompagnò fino al limitare della casa. Damiano andò verso il prato, e Tolteomec lo seguì. Damiano si pose a sedere sotto un palmizio, e Tolteomec si assise a due passi da lui, guardandolo negli occhi, come è dovere del padrone di casa, quando ha da interpetrare, da cogliere a volo i desiderii del suo ospite.
—Ma non ha dunque nulla da fare, questo.... fratello di re?—domandò Damiano a sè stesso.—Non c'è uno straccio di consiglio di stato, a cui egli debba assistere, come uno della famiglia?—
Chi domanda una cosa a sè stesso non la domanda a nessuno. Damiano si provò ad interrogare il padrone di casa.
—Tolteomec, lume dei savi,—gli disse,—tu ti prendi molta cura di me. Il mio cuore te ne ringrazia. Ma oggi, per cagion mia, tu non sei andato nella casa reale, per assistere alla levata del gran sole di Haiti.
—È vero;—rispose Tolteomec.—Ma il gran sole è buono. Egli non mi avrebbe veduto volentieri [pg!236] in sua casa, sapendo che io avevo ospite nella casa mia un figlio del cielo.
—Ah sì, capisco;—disse Damiano.—Gli hai mandato a dire che io ero tuo ospite.
—Così ho fatto,—rispose il vecchio, ridendo, come l'uomo che gode in cuor suo della propria intelligenza,—e Guacanagari se n'è mostrato contentissimo.
—Grazie anche a lui!—conchiuse Damiano.—Voi siete i migliori tra gli uomini.—
Damiano frattanto volgeva gli occhi intorno, cercando qualche cosa, ma senza farsi scorgere troppo. Egli temeva infatti che quell'intelligentissimo vecchio gli facesse qualche altra domanda. E perchè Tolteomec, sempre seduto accanto a lui, non accennava a spiccarsi di là, Damiano fece un altro ragionamento tra sè: