—Certamente questo figlio della terra si è insospettito, ha indovinato le mie intenzioni. Ma esse, in fin dei conti, sono purissime. Voglio diventare suo genero, per bacco. Ma questa mattina egli è stato tanto noioso, che non gliene voglio dir nulla. No, sarebbe una debolezza, una viltà, comperare la pace di un'ora con una confessione di questa fatta. E poi, la sua vigilanza non cesserebbe mica per questo. Nei nostri paesi, quando uno ha chiesta la mano di una ragazza, o i parenti gliel'hanno accordata, proprio allora incominciano a guardarla con maggiore attenzione, a tener d'occhio il fidanzato, a far muso arcigno per ogni parola che dica, per ogni atto che accenni di fare. Son tutti selvaggi, nel mondo. E fanno bene, bisogna riconoscerlo, fanno bene. Con certi cacciatori nella macchia, non si è mai selvaggi abbastanza.—

Egli aveva appena finito di dar ragione a quel lume dei savi, a quella perla dei padri, che un servo [pg!237] apparve nel prato, con una gran foglia di palma disseccata e foggiata ad ombrello. Tolteomec lo vide e si alzò.

—Devo partire;—diss'egli.—Il sole è già alto e sarà necessario ch'io vada.

—Vai via?—chiese Damiano, con la ipocrisia naturale di simili occasioni.

—Sì,—rispose Tolteomec,—un buon padre deve invigilare la terra che dà il sostentamento alla famiglia; l'occhio del padrone fa prosperare il suo campo.

—Ah, bene! e ti lodo;—disse allora Damiano, facilmente persuaso da quelle savie massime di economia domestica.

—Andiamo dunque;—ripigliò Tolteomec.—Mi duole di lasciarti, figlio del cielo; Abarima ti terrà compagnia, fino a tanto ti piacerà di restare. Ma capisco che anche tu avrai da lavorare. Dobbiamo tutti lavorare, finchè il grande Spirito ci mantiene in vita.

—Già!—disse Damiano.—Anch'io dovrò andare.... fra poco.

—Ma dov'è quella cara figliuola?—soggiunse il patriarca.—Abarima! Abarima! Sarà alla fontana, m'immagino.

—Lasciala stare; aspetterò, per salutarla